mercoledì 1 luglio 2015

[ritratti] - TIMORI, TREMORI E TREPIDAZIONI di un’esordiente sull’orlo del debutto #2


(parte 2) 



Venerdì, 15 maggio: -1 al Viola Day

Ore 17.00

Francesca dorme beata come un angioletto e io non posso crederci.
Uno perché detesta i pisolini come i carciofi lessi e due perché inizio a pensare che il mio discorso abbia effetti soporiferi. Il che, a meno di quattro ore dalla presentazione in Sala incubatore, mi inquieta un tantino.
«Francy! Sveglia!», la scuoto preoccupata, «Ma che fai dormi?»
«No, no… ti sto ascoltando…» biascica lei senza nemmeno aprire un occhio. Io spengo la tv e lei si gira, beatamente, dall’altra parte. Ormai quello che è fatto è fatto. Tra due ore verranno a prendermi ed è ora di sistemare il look.
Guardo la minacciosa guaina super modellante che ho acquistato completamente sedotta dall’invitante claim “Due taglie in meno in due minuti” e penso che se la indosso rischierò l’iperventilazione.
La rimetto nel cassetto confidando nella rassicurante inquadratura a busto garantita dal tavolino di protezione dietro cui parleremo.
Indosso il vestito con le farfalle bianche e rosa che penzola dall’armadio in attesa del suo momento e quando guardo l’effetto finale gli angoli delle labbra si piegano all’ingiù. L’ho provato e riprovato, eppure non mi piaccio per niente!
Il giubbottino mi insacca e mi scalda, ma con le spalle scoperte mi sento a disagio.
«Basta! Vado in jeans!», impreco a me stessa, «Almeno sono più naturale.»
«Ma se tu i jeans non li porti mai!» Francesca, che nel frattempo è riemersa dal suo letargo, mi osserva incuriosita
«E non importa! Inizio da stasera.», ribatto con la testa dentro l’armadio, «Adesso ne trovo un paio e…»
«Hai comprato almeno tre vestiti diversi. Ci rompi le scatole da mesi con ‘sta storia. E se adesso vai in jeans papà ti uccide. E anche io.» mi minaccia pacatamente.
In quel momento mi ricordo dell’abito a fiori e tulle che abbiamo scelto insieme la domenica prima. Era stato amore a prima vista e tanto ho fatto che me lo sono portato a casa.
«Che ne dici di questo?»
«Dico che tra mezz’ora ti vengono a prendere e sei ancora in mutande. Vedi un po’ tu…»
Sbircio l’orologio ed ho un brivido. Infilo l’abito e allaccio i sandali, trampolando e ticchettando fino al bagno. Ripasso la piastra, spennello la cipria, mordicchio le labbra, lotto con il piegaciglia. E poi basta, decido di non guardarmi più.
La parola d’ordine non è perfezione ma naturalezza, spontaneità.
Intanto il citofono suona. Apro e qualche istante dopo sono sommersa dagli amici e da una cascata di fiori viola. No ragazzi, così non vale…
Non capisco più niente. Il cuore impazzisce, il cervello anche, il mascara, irrimediabilmente, cola.
Mi ritrovo nell’auto in direzione Salone e penso che se la felicità ha un profumo, credo sia un misto di viola e di vaniglia.

Ore 20.30

Finalmente ci siamo tutti.
Gli attori che daranno vita alle pagine del romanzo, Gessica che è appena arrivata da Marsiglia, la mia editrice Anna Sophie e Maria Teresa che, suo malgrado, è stata coinvolta in questo sorprendente e disordinato caos come illustratrice e come amica. Proviamo a coordinarci e a dominare le emozioni. Gessica e gli attori sono assolutamente tranquilli.
Io, Mary ed Anna Sophie pagheremmo per scappare all’istante.
Mentre sono concentrata vedo un volto familiare, anzi tre avanzare con aria minacciosa nell’angolo remoto in cui ci siamo rifugiati per trovare un momento di tranquillità prima del debutto.
A passo deciso, quasi sommerso da un plateaux di viole del pensiero, mio marito avanza verso di noi, seguito a ruota da mia madre e da mia figlia Francesca che invece si guarda intorno curiosa alla ricerca di qualche vip di passaggio con cui farsi un selfie.
Impettito nel suo abito della festa, a cui chissà perché ha abbinato un giubbino antipioggia che si ostina a tenere nonostante l’effetto serra da salone, piomba nel bel mezzo delle nostre prove, piazzandomi le violette sotto al naso, «Ti stiamo cercando da un’ora! Ti ho fatto decine di chiamate!»
Io guardo quello che fino a poche ore prima è stato un paziente e amorevole marito e che ora ha assunto le sembianze di un Fioraio Furioso, restando senza parole.
Gli altri cinque paia di occhi oscillano dalla sottoscritta all’avatar del mio coniuge.
Immancabile, colossale, indimenticabile, figura di cacca.
Lancio uno sguardo d’intesa a Francesca che mi sembra l’unica calma perché mia madre nel frattempo , dopo avermi indirizzato un veloce saluto, è accorsa allo stand di fronte tentando di accaparrarsi una borsa in rafia omaggio.
Dopo aver reindirizzato il mio parentado verso la Sala Incubatore, riprendiamo da dove eravamo stati interrotti. I tempi sono strettissimi, manca un microfono e il panico rischia di prendere il soppravvento.
Gessica mi aveva preparato al caos e agli intoppi tecnici del Salone ma, dal vivo, è tutto diverso.
Mentre avanzo verso la Sala Incubatore, mi ricordo le parole di ieri «È una festa, un momento di gioia. La realizzazione di un sogno.»
Intravedo alcuni volti amici, vorrei già fermarmi ad abbracciare e chiacchierare ma non c’è tempo.
La sala si sta riempiendo. Le persone care hanno mantenuto la parola e sono tutte qui con me.
Sento la loro energia, l’affetto. Non lo dimenticherò mai.
Ma ci sono anche delle blogger, alcuni incuriositi dalla folla ed altre persone che non conosco.
Ripenso a questi tre anni di fatica, di passione di tenacia. A chi è seduto accanto a me ed ha dato un contributo indispensabile per trasformare la mia idea in un romanzo vero.
A Gessica che mi ha accompagnata facendo germogliare la mia idea.
A Maria Teresa che ha disegnato la copertina, la locandina, le cartoline i segnalibri e che fa tutto al solo prezzo della nostra amicizia.
Ad Anna Sophie di Booksalad che si è presa il rischio di investire in una perfetta sconosciuta molto chiacchierona, piombata al Salone con il suo manoscritto.
Le luci si accendono ed illuminano le copie del romanzo disposte accuratamente accanto a noi.
Ho quasi l’impressione che Viola dalla copertina mi strizzi l’occhio per dirmi che è pronta al debutto. Vuole uscire dal cassetto. Vuole farsi leggere.
Non mi ricordo più un’acca delle tecniche antipanico e di dizione, sono già a salivazione zero ed ho le mani ghiacciate.
Mi guardo intorno. Respiro il brusio di trepidazione, inspiro l’aria di felicità e sorrido.
Adesso sono pronta anche io.



©Monica Coppola


[recensioni] - LA RAGAZZA CHE CUCIVA LETTERE D'AMORE DI LIZ TRENOW (TRE60 EDITORE)



Nel lontano 1914 Maria, un’orfanella con la passione per l’arte del cucito, assieme all’amica Nora, lascia l’istituto gestito dalle suore all’interno del quale ha vissuto sin da quando era una bambina e parte alla volta di Buckingam Palace dove si dedicherà alle mansioni di cucito. Ed è qui, tra queste reali mura, che la giovane cede al fascino del giovane principe Edward. Il loro è un amore destinato a morire, ma purtroppo il destino ha voluto complicare la situazione. La giovane, rimasta incinta, viene trasferita in un ospedale psichiatrico e del bambino non ci saranno più notizie. Nel 2008 la giovane Caroline, mettendo ordine nella soffitta, ritrova una vecchia trapunta che attira da subito la sua attenzione. Apparteneva a sua nonna, la quale a sua volta l’aveva ereditata. Il tessuto pregiato e i complicati ricami attirano l’attenzione di Caroline che inizia a indagare sul suo passato. 
“Dopo aver portato in grembo un bimbo per nove mesi e aver percepito ogni suo movimento ti ritrovi innamorata persa per quell’esserino anche se non lo hai mai visto con i tuoi occhi e lui non ha ancora preso la sua prima boccata d’aria. È un amore difficile da immaginare se non lo hai mai provato, talmente ti riempie, talmente invade il tuo corpo come l’acqua con una spugna, senza lasciare spazio per altro.” 
“Una grande e complessa saga familiare”. È questa la definizione che ho scelto per descrivere questo romanzo. Un romanzo che unisce diversi generi letterari: è romanzo storico e di formazione con atmosfere mistery. 
Si tratta di un grande viaggio tra passato e presente; tra due epoche storiche completamente diverse l’una dall’altra; tra due società agli opposti. 
Le protagoniste (Maria e la giovane Caroline) sono diverse, certo, ma hanno alcuni punti di contatto. 
Maria è una giovane sartina inesperta del mondo. Ingenua, dolce e bisognosa d’affetto, si fida della persona sbagliata e si lascia sedurre da labili promesse. Sarà solo tra le mura dell’ospedale psichiatrico che proverà a ribellarsi, a lottare contro le leggi di un mondo che non perdona, una corte che deve necessariamente occultare gli scandali. Da donna fragile, Maria prova a divenire forte e a rivendicare la sua posizione e i suoi diritti. La trapunta è il suo testamento, il suo segno, il suo confessare un peccato che fa tremare molti. 
Caroline, figlia del nostro tempo. Giovane donna che si ritrova senza un lavoro e senza una relazione sentimentale, a badare alla madre malata. Eppure Caroline non si abbatte: inventa un lavoro, coltiva l’amicizia e soprattutto indaga su quella misteriosa trapunta. Non ha paura di rischiare, la dolce Caroline, che sotto alcuni aspetti tanto ricorda la fragile Maria. Testarda e determinata, non demorde e scava, scava senza pietà, senza esclusione di colpi. Scava fino a riportare alla luce una storia d’amore e di dolore che la coinvolge in prima persona. 
Il romanzo si contraddistingue per la dolcezza nella narrazione e per l’amore di cui ogni pagina è intrisa. L’autrice dà grande rilievo all’aspetto sentimentale della vicenda e lo fa servendosi di uno stile semplice, discorsivo e fluido. 
Il lettore segue le vicende con ansia e trepidazione. Anch’egli vuole capire, scoprire e dare un volto alla chiave di questa vicenda.
Una lettura piacevole e originale. Un continuo salto temporale che consente di conoscere due epoche, due vite, due grandi donne.
©Silvia Devitofrancesco

venerdì 5 giugno 2015

Giugno il mondo delle 4writers

Giugno

Sera di Giugno

La luna doveva già essere alta dietro il monte
Tutta la pianura, allo sbocco della valle, era illuminata da un chiarore d'alba.
A poco a poco al dilagar di quel chiarore, anche nella costa cominciarono a spuntare i covoni raccolti in mucchi, come tanti sassi posti in fila.
Degli altri punti neri si muovevano per la china, e a seconda del vento giungeva il suono grave e lontano dei campanacci che portava il bestiame grosso, mentre scendeva passo passo verso il torrente.
Di tratto in tratto soffiava pure qualche folata di venticello più fresco dalla parti di ponente e per tutta la lunghezza della valli udivasi lo stormire delle messi ancora in piedi.

(Giovanni Verga)



Inauguriamo il sesto mese dell'anno 2015

con nuovi contenuti di questo blog!





Per la sezione IL MONDO DELLE DONNE, Arianna Berna ci regala un estratto del suo romanzo "Una normale strana vita" intenso e delicato, che potete leggere  qui



Per la sezione POESIE, Loriana Lucciarini declama in sonetto un auspicio alla luna... "Luna misteriosa mormora a noi"  qui







Per la sezione RITRATTI, Monica Coppola ci racconta il suo becoming writer a cuore aperto nell'attesa del grande esordio letterario del suo "Viola Vertigini e Vaniglia" alla Fiera del libro di Torino! La prima puntata del suo report è "Timori, tremori e trepidazioni di un'esordiente sull'orlo del debutto" e lo potete leggere qui





Per la sezione RACCONTI BREVI, Loriana Lucciarini ci regala un instant story che racconta di vita vera. Tratto dall'antologia "Racconti metropolitani", il suo racconto è "Romana di Ostia" e lo potete leggere qui

 
Insomma, letture per tutti i gusti...

quindi accomodatevi tra le pagine di questo blog

e buona lettura!

Le 4writers

[racconti brevi] - Romana di Ostia (Loriana Lucciarini)



Povera son sempre stata e sempre lo sarò.
Pure se mi spezzo la schiena di lavoro, a pulire scale e condomini. 
Non vivrò mai serena, l’ansia della terza settimana me la porterò dentro finché campo. Sfortunata certo sono stata, un marito che è più dentro che fuori di galera, buono a farci niente, ubriacone molesto che preferisco stia via, almeno non mi mena. 
Io sono sempre stata precisa e onesta, eppure non mi è riuscito di crescere su i miei figli come me, tutti del padre hanno ripreso. La femmina che vuol fare la modella e torna tardi la sera perché, dice lei, in discoteca incontra i manager importanti, di quelli che fanno diventar famosa la gente, i talent scaut si chiamano. Gli altri due, i maschi grandi, che sono dei ladruncoli di mezza tacca, bravi solo a ricalcare le orme del padre. L’unico che mi fa tenerezza è quello piccolo che sembra non voler crescere mai, forse perché ha già capito quale futuro lo attende e preferisce scartar di lato. 
Mi fa pena quando lo guardo, perché non riesco a dirgli che prima o poi toccherà pure a lui, che la vita arriverà di botto e in modo crudele a dirgli che non c’è salvezza per noi che siamo destinati a una vita da piccola gente. 
Io l’ho capito da tanto, che son destinata a viver di patimenti, sempre attenta a ogni euro, sempre piegata a pulire, sempre in giro con la mia tuta da ginnastica nera a righe bianche e i maglioncini acrilici da pochi euro della bancarella. 
Una volta ero bella, ora il mio viso è scavato dalla stanchezza, sembro vecchia e ho poco più di quarant’anni. Troppo spesso mi scambiano per rumena, quando io sono romana, romana de Ostia. Sarà che la povertà imbruttisce e in questo diventiamo tutti uguali, tutti dello stesso paese: il paese dei poveracci, come me, che hanno gli occhi spenti e nessun futuro diverso da sperare.

©Loriana Lucciarini 
 
questo brano fa parte di una raccolta dal titolo "Incontri metropolitani" che l'autrice, volta per volta, rende disponibile per la lettura on-line. Consultate questo link per visualizzare altri racconti brevi dell'antologia)

[ritratti] - TIMORI, TREMORI E TREPIDAZIONI di un’esordiente sull’orlo del debutto (Monica Coppola)



 Venerdì, 15 maggio:  -1 al Viola Day



Ore 7.30

Mi sveglio sotto un cielo minaccioso e plumbeo. Con aria crucciata preparo la colazione, afflitta da interrogativi ansiogeni assortiti.
«E se domani piove?» mi ritrovo a domandare ad alta voce.
Mi rispondono i silenziosi sguardi d’intesa, impastati di sonno e sopportazione, delle mie figlie che ormai non mi reggono più.
Francesca, la maggiore, tuffa un taralluccio nel latte e alza le spalle: «Che ti frega tanto sei al chiuso.»
«Eh ma ho i sandali! Forse dovrei mettermi le All star...», affermo già piena di ripensamenti.
Sono in pieno loop da pre-debutto, completamente succube della perenne indecisione e dai cambi di umore piuttosto repentini.
«Se piove ti copri con il mio ombrello di Peppa Pig» suggerisce generosamente Chiara, la minore.
Visualizzo una proiezione mentale in cui incombe la tempesta ed io annaspo verso il Salone con un vestito a fiori e i capelli irrimediabilmente crespi, riparata soltanto da un minuscolo ombrellino a porcelli. I bodyguard all’ingresso mi osservano, sghignazzano e si rifiutano di farmi entrare.
La truce visione mi fa diventare pallida come il latte ad alta digeribilità in cui Chiara, con un misto di sadico divertimento, sta shakerando uno sventurato frollino da almeno quindici minuti.
Francesca percepisce il mio terrore, smanetta sul suo smartphone e mi rassicura.
«Dai mamma non pioverà! Guarda, su meteo.it danno ventotto gradi domani.» e mi passa sorridente un biscotto scacciapensieri.
«Ventotto gradi?» domando sbriciolando il dolcetto dalla tensione «Ma io ho il giacchino in ecopelle! Morirò dal caldo!»
Al flash precedente se ne sostituisce un secondo in cui ci sono io paonazza dietro ai microfoni, che zampillo come un boccione dispenser di acqua microfiltrata. «Impossibile. Tu non sudi nemmeno quando facciamo X tempo Energy.» asserisce sicura Francesca sistemandosi lo zaino sulle spalle.
In effetti non ha torto. Nonostante sgambetti come un’ossessa pur di bruciare qualche caloria le mie magliette restano sempre semi intatte. Tanto che la mia insegnante mi ha vivamente consigliato uno due fiaschetti di diuretico prima e dopo i pasti.
«Sei in una botte di ferro mamma. Tranquilla!» Francesca mi lancia un bacio, ruba un mini muffin alla sorellina e svanisce, accompagnata dal primo minaccioso e roboante tuono.
Tranquilla un ciufolo…




Ore 13.30

Per evitare che la mia mente proliferasse nel generare proiezioni nefaste legate all’imminente debutto, mi sono tuffata nelle pratiche da ufficio. La mattina è volata veloce ed ora devo precipitarmi a raggiungere Mary, la fata madrina di Viola, per sistemare le ultime cose.
Ho già evitato il temporale e preso un tram al volo e sono moderatamente ottimista.
Ma a tre fermate dall’arrivo, alla vettura girano i circuiti, e così succede che si ferma e dobbiamo scendere tutti.
Camminare non mi spaventa ma oggi purtroppo ho i tacchi – giusto per ammorbidirli e fare prove di equilibrio – due enormi shopper imbottite di gadget racchiusi in conetti cartone profumato alla vaniglia e violetta, un trolley con alcune copie del romanzo e un sacchetto bio con kiwi e gallette.
Appena scendo, la tempesta si scatena, nemmeno fossi nella foresta pluviale.
Accelero il passo e impreco mentre mi sale uno strano solletico alla gola, accompagnato da qualche colpetto dispettoso di tosse.
Sarà l’affanno, penso tra me, mentre inzuppata e carica vado avanti.
Raggiungo casa di Mary annaffiata, ma con libri e scatoline miracolosamente in salvo.
Mentre le racconto l’accaduto sento che il mio tono di voce si abbassa.
Pericolosamente.
Deglutisco e raschio la gola un paio di volte.
«Sto… perdendo la voce…» sibilo terrorizzata.
«No eh!», Mary sgrana i suoi grandi occhi nocciola, «Non fare scherzi!»
Il mio cervello ne approfitta per regalarmi un nuovo cortometraggio in cui questa volta i capelli sono a posto e i bodyguard gentili, ma io sono completamente afona, davanti a un pubblico che mi osserva curioso.
«Stai ferma lì, non parlare, non respirare, non fare niente» mi lancia un asciugamano e inizia a tirare fuori caramelle balsamiche, miele e tisane.
Il campanello suona. È il nostro amico attore che ha avuto pietà dei nostri sms di supplica e viene a darci due dritte su come parlare in pubblico senza tirare le cuoia.
Dice di non preoccuparmi per la mia voce perché domani sarà forte e chiara.
Mi scolo due tazze di tisana e ascolto con attenzione. Mary a titolo precauzionale accende un deumidificatore, due bacchette d’incenso e una candela votiva. Almeno dove non arriva la medicina magari provvede la grazia divina. Non si sa mai. E in questa cornice surreale, tra suoni gutturali , parole sparate a raffica, vocali troppo aperte e bocca troppo chiusa, svolgiamo la nostra prima lezione di public speaking.

Ore 19.30

La voce sta tornando quasi normale. Per non rischiare Mary mi ha imposto una delle sue sciarpe di pura lana che ora porto avvolta al collo. Piccola nota dolente: in mezzo giro di lancetta lunga, siamo passati da meno diciotto a ventotto gradi. E mi trovo in un bus surriscaldato poiché, inspiegabilmente, un terzo della popolazione torinese al posto di andare a fare l’happy hour ha deciso di salire sul 2. E ora siamo qui tutti insieme, ammassati appassionatamente.
Io sto praticamente baciando la timbratrice elettronica e intanto cerco di proteggere le scatoline da pressature ed urti che potrebbero rivelarsi fatali. Ogni tanto tuffo il naso dentro per aspirare il buon profumo di vaniglia e violetta e mi rassereno.
Mi sa che Elena, la ragazza del bioshop che li ha confezionati per me, deve averli intinti anche nei fiori di Bach per alleviare la mia ansia che trapelava perfino dalle mail che le ho inviato a raffica.
Credo che gliene sarò grata a vita. A lei come a tutti quelli che stanno sopportando e supportando il mio sclero in questa magnifica ma terrorizzante avventura.
Sta già per scapparmi la lacrimuccia ma poi il bus si ferma alla mia fermata e io devo raccattare tutte le mie cose e scendere. Prima di essere travolta dalle emozioni che già mi solleticano il cuore e la gola.

Sabato 16 maggio: Il Viola Day!

Ore 8.00

Morfeo ha avuto pietà di me, facendomi ronfare beata tutta la notte.
Anche il mio amorevole marito è sorpreso dalla cosa, ma soprattutto ha evitato almeno per una notte, le consuete quattro mappine che gli rifilo per tentare di interrompere le sue esibizioni di russo notturno in la e fa maggiore.
Fuori c’è il sole, io ho un sorriso stile paresi e sono in fibrillazione.
Faccio un paio di vocalizzi test per capire la situazione: la voce traballa un po’ e sono già in astinenza salivare ma posso farcela.
Faccio il primo shampoo della giornata (ne seguiranno altri due) e spezzetto un muffin con aria sognante mentre il batticuore incalza. Sono un amalgama di emozioni sfaccettate e contrastanti.
Ho voglia di saltare di gioia e anche di piangere a dirotto.
Del resto è un giorno troppo importante, quello che aspettavo da una vita intera.
Tampono mascara e lacrimuccia sfuggente, ripasso il gloss, indosso il giubbotto ciclamino, attacco il pass di accredito alle maglie della maxi collana e salto sul mio arrugginito Doblò in direzione Salone del Libro, trepidante verso le prime sorprese del Viola day.

Ore 10.00

Non ci posso credere, sono arrivata puntuale! Ho il mio pacco di biscottini torinesi che non vedo l’ora di far assaggiare alle blogger del gruppo “Lettrici Geograficamente sparse.”
Anche perché hanno fatto degli incastri pazzeschi e si sono svegliate all’alba per venirmi a salutare in Booksalad prima di dare il via alla maratona di libri e presentazioni.
E io sono strafelice.
In questi giorni ci siamo wathsappate a manetta ed ho ricevuto dosi maxi di entusiasmo e affetto. Adesso ho una voglia matta di dare un volto e diversi abbracci a queste amicizie sbocciate sui social. Vedo tre paia di All star avanzare verso lo stand ed esulto infischiandomene del bon ton torinese.
Sbricioliamo sorrisi e biscotti, ci scambiamo doni, libri, segnalibri,selfie e bigliettini.
Per loro è la prima volta al Salone tutte insieme come blogger.
Per me è la prima volta come autrice. 
Credo che conserveremo tutte questo momento nella scatola dei ricordi preziosi.
Ci salutiamo con la promessa di nuovi incontri.
I visitatori iniziano ad affluire, qualcuno prende in mano il mio romanzo, lo commenta, lo sfoglia.
Livio ed Anna Sophie, i miei editori, mi presentano come l’autrice e io saluto con entusiasmo. In realtà vorrei accucciarmi tra gli scatoloni sotto lo stand. O anche solo scappare dalla prima uscita di sicurezza. Però non lo faccio.
Perché solo in quel momento, quando vedo persone che non conosco comprare Viola o chiedermi delle curiosità sul romanzo, mentre vedo i miei editori che raccontano la trama, mi rendo conto che, cavoli, sta succedendo davvero!
Però la mia pancia si arrovella come un involtino primavera.

Ore 15.30

Dopo una tappa obbligatoria dall’ estetista per debellare eventuali cenni di irsutismo e dal fidato Maestro di Haute coiffure, che ha lottato a colpi di piastra e brush per domare il mio carré, sono di nuovo a casa. Sto bene, se non fosse per un allegro trio di polpette alle melanzane che mi fa girotondo nello stomaco. Non dovevo, lo so. Il saggio amico attore mi aveva vivamente raccomandato di fare solo un pasto leggero. Ma poi io sono passata a portare i biglietti d’ingresso al Salone a casa di mia suocera e le polpette erano lì, fumanti e appetitose e io per settimane mi sono nutrita solo di vegetali e gallette e… quindi è andata come è andata. Mi consolo pensando che almeno avrò più energie per questa sera.
Mancano ormai una manciata di ore che non stanno dentro una mano, come io non sto più nella pelle. Mi arriva una nuova ondata di timori, tremori e trepidazioni.
Calma e concentrazione. Niente panico. Adesso faccio gli esercizio sconfiggi ansia che ho imparato ieri. Prendo il tappetino in lattice espanso e il mastodontico vocabolario di Latino di Francesca.
Mi sdraio e appoggio IL CASTIGLIONE MARIOTTI sull’addome, iniziando a concentrarmi sulla respirazione. Inspira, espira. La mia pancia si gonfia e sgonfia come un palloncino.
In effetti funziona: mi sto davvero rilassando. Anche troppo perché ad un tratto l’adrenalina cala e mi arriva una botta di abbiocco. Sono le 16, magari un micro pisolino ci può stare.
Così stasera sarò fresca, riposata e, tra polpette e sonnellini, piena di energia… spero.
Sprofondo tra le lenzuola e piombo in un sonno profondo per circa dieci minuti. In cui accade di tutto. Microfoni che non funzionano, scene mute, vestiti con la zip che non si chiude, congiuntivi cannati in pieno.
Mi risveglio agitata e sudata a dimostrazione che il fenomeno di traspirazione avviene anche nel mio corpo. Solo nei momenti meno opportuni, ecco.
Il relax precedente è svanito, come la mia piega, che è incautamente spirata, pressata tra i cuscini del mio fatale riposino.
Francesca, che sta vivendo con serenità pacifica il mio debutto, godendosi l’assenza della sorellina minore che abbiamo esiliato dalla nonna paterna, mi osserva preoccupata.
«Hai tutti i capelli schiacciati» afferma senza pietà tornando immediatamente a concentrarsi sulle prove di Amici del duetto di Briga/Tiziano Ferro che, a causa mia, sarà costretta a perdersi.
«Va beh, dopo mi passo la piastra» fingo indifferenza e metto su la moka. In questo stato di tensione la caffeina mi farà solo solletico. O al massimo disintegrerà le melanzane.
«Senti Francy mi ascolti mentre provo ad improvvisare il discorso di questa sera?»
«Devo proprio?», scrollando le spalle, «Tanto devi improvvisare, no?»
«Sì, sì. Però giusto per capire i tempi, se mi impappino e se ha un senso quello che dico.»
Lei sorseggia un estathè alla pesca, con lo sguardo fisso alla De Filippi che cerca di convincerci, senza crederci per niente, della bontà dei confetti mandorlati.
«Okay, però vai nell’altra stanza, io ti sento da qui», mi concede extrema ratio, «Sbrigati che tra poco la televendita finisce.»
Acconsento anche perché i miei margini di trattativa sono piuttosto limitati in questo momento.
Vado in camera da letto, respiro e mi metto davanti allo specchio.
“Sicurezza, padronanza dello spazio” ha ripetuto ieri l’attore allenatore. “Respiro di pancia e non di gola. Serenità. Gioia. È un momento bello. Non vai al patibolo.”
Già, ha assolutamente ragione, tutto vero. Ma allora chi è quell’esserino pallido e tremolante con il carré arruffato che mi osserva dallo specchio? (...continua...)


©Monica Coppola



giovedì 4 giugno 2015

[il mondo delle donne] - Estratto dal romanzo “Una nomale strana vita”, la mia prima creatura (Arianna Berna)




 “Notte.
L’odore umido della notte riempie le narici e gli occhi sono ormai abituati all’oscurità. Ho perso la concezione del tempo. Ero talmente arrabbiata quando sono partita da non guardare l’ora, non è da me, visto che di solito mi organizzo sempre al minuto, oggi faccio uno strappo alla regola, questa notte sento di non essere la stessa di sempre, mi sembra di vedermi dall’esterno ed una fitta mi paralizza lo stomaco.

La riconosco, questa vigliacca sensazione, è la vergogna.

Non c’è anima viva. Nessuno, a parte me e le mie paure.

In una frazione di lucidità mi domando che cosa sto facendo qui, da sola, nascosta in auto ad attendere e mi chiedo che cosa mi aspetto di vedere.

Non posso credere che l’ossessione mi abbia portato così alla deriva, ma arrivata a questo punto, devo smetterla di logorarmi nei dubbi, ormai devo sapere e devo vedere.

Forse vedendo non avrò bisogno di altre conferme. Le bugie prenderanno una forma ed io sarò finalmente libera di guardare quello che ora mi viene celato.

Non posso credere e non voglio credere che sia stata tutta un’illusione.”


[poesie] - Luna misteriosa mormora a noi - sonetto (Loriana Lucciarini)



Sonetto



LUNA MISTERIOSA

MORMORA A NOI


Avvolta nella notte attrai esteti

o luna solitaria, luna splendente

ovale argenteo, chiaror fulgente

musa lucente dei poeti.

Di lacrime, amori, sogni e desideri

nel silenzio del riposo sei custode

ma, niente, non favelli eppur si ode

il sussurrar del vento di esili pensieri.

Come il fato o il destino

possa conoscer tu è mistero

eppur tu sai già ciò che sarà

e allora mormora alle stelle il cammino

che per noi anime è foriero

di ciò che la vita in terra disporrà.


(©Loriana Lucciarini)