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lunedì 11 gennaio 2016

[recensioni] - Mi girano le ruote, Angela Gambirasio (a cura di Loriana Lucciarini)

Oggi vi invito a scoprire questo bel volume, speciale e unico: “Mi girano le ruote” di Angela Gambirasio.
Diciamolo subito, l’argomento non è affatto facile: si affrontano i temi legati alla disabilità, ma l’autrice – che è già speciale di suo e possiede un’ironia straordinaria – non scivola mai nella banalità o nella superficialità nel tentativo di fare dell’ironia, che potrebbe sembrare addirittura forzata.
All’inizio ne sono stata spiazzata: ridere sulla disabilità… ma poi, rotti i muri dei preconcetti e delle singole paure rispetto al diverso, sono stata condotta da Engy nelle sue divertenti dissertazioni filosofiche, culturali, strutturali e persino fisiologiche!
La Gambirasio è inarrestabile e va avanti come un tir, niente la ferma – se non il pregiudizio altrui, per il quale combatte con humor e sarcasmo, riuscendo a spuntarla sempre, con la grinta che la contraddistingue!
libro 2Quindi preparatevi a immergervi nel mondo di Engy (la protagonista, nonché autrice), fatto di malattia ma anche di voglia di riscatto, di analisi psicologica approfondita e recriminazioni, di stilettate umoristiche e di voglia di ridere, di capitoli interi segnati con l’evidenziatore rispetto al mondo della disabilità e alle sue problematiche e all’approccio che spesso il mondo “bipede” ha con essa. Troverete il tutto scritto con lo stile unico della Gambirasio, fatto di ironia al vetriolo e frizzante intelligenza …
Tra le recensioni di questo volume scovate in rete credo che questa sia esemplificativa:
La disabilità di una giovane donna raccontata in chiave ironica nonostante tutte le difficoltà che si ritrova ad affrontare quotidianamente. Come racconta il suo vissuto (da bambina ad oggi) con tutti i disagi, che si possono solo immaginare, è a tratti esilarante : mi sono ritrovata a ridere da sola mentre leggevo come non mi accadeva da tempo. Ma leggendo le sue lotte quotidiane con le barriere architettoniche e l’ottusità di certe persone ti fa riflettere su cosa c’è ancora tanto da fare in Italia per rendere più vivibile l’ambiente per le personale disabili. Da leggere assolutamente, consigliato! – Voto: 5 / 5  (Brunella)
Mi associo al consiglio di Brunella e vi invito a leggere questo libro, perché ci troverete tutti elementi che ve lo renderanno caro, pertanto non perdetevelo! 

(a cura di Loriana Lucciarini)


Sinossi

Io sono handicappata: questa è l’unica cosa sulla quale tutti concordano. Beh, magari poi i normodotati mi definirebbero “disabile” o “diversamente abile” più che handicappata, ma le definizioni politicamente corrette non hanno mai cambiato la sostanza. Al di là di questo, io ho idee diverse dagli altri su come condurre una vita da una sedia a rotelle. Da sempre medici, giornalisti tuttologi e buona parte della società provano a spiegarmi come dovrei definirmi, comportarmi e vivere, insomma, quello che ci si aspetta da gente come me. Mi attribuiscono la sessualità di un angelo, pensano che stia chiusa in casa a lacrimare sulle mie sciagure o magari a pregare affinché qualcuno, lassù, ponga fine a una vita irrimediabilmente infelice. Beh… ho sempre deluso le aspettative altrui, soprattutto quelle schifose. Così ho deciso di raccontarvi la tragicomica realtà di una come me, che vive tra barriere architettoniche e mentali. Come faccio ad andare avanti pur non potendo camminare? Semplice: rotolo!

lunedì 2 novembre 2015

[Racconti brevi] - Io & Carolina (di Monica Coppola)




Ho sempre viaggiato principalmente sui mezzi pubblici, sopportando scossoni, pestoni, spintoni e zaffate, che a confronto la Parigi narrata da Süskind sembrava Pitti Fragranze.
Però la durata della pazienza deve essere inversamente proporzionale all’incedere degli anni perché, qualche settimana fa, esausta e barcollante dopo l’ennesimo viaggio infinito sul bus, ho deciso di motorizzarmi anche io.
Noi di auto ne abbiamo una sola e si chiama Carolina, che ha esattamente la stessa età della nostra primogenita quindicenne. E forse, per affinità elettiva tra coscritti in preda alle medesime turbolenze ormonali, mette in pratica lo stesso comportamento imprevedibile, anarchico e a tratti irriverente. In parole povere Carolina, orgogliosa di questi anni vissuti spericolatamente e indefessamente on the road, fa beatamente quello che le pare, quando le pare. Come nostra figlia appunto.
E così un bel mattino ha deciso che le chiavi di scorta probabilmente erano una roba di serie b che lei, alla sua veneranda età e dopo anni di egregio servizio ha scelto di ripudiare.
Senza troppi complimenti si è intestardita come un mulo e a noi è rimasta una sola chiave di accensione a lei gradita, che ci passiamo uno con l’altro, avvolta in panni candidi di lino purissimo, come una reliquia.
In un secondo momento ha mandato in tilt la chiusura centralizzata in un modo tutto suo: in pratica mi costringe a chiudere a chiave ognuna delle quattro porte e poi rifare il giro di controllo, un numero x di volte, con un’ansia patologica crescente, stile Avrò chiuso il gas?
La mazzata finale è arrivata in una notte buia e tempestosa, ma poi neanche tanto perché a pensarci bene era estate, quando dei bipedi dal cervello come un gheriglio di noce l’hanno profanata sventrandole i tergicristalli come una scatoletta di tonno Rio Mare.
Per aiutarla a superare il brutto momento abbiamo iniziato ad essere più carini con lei, ognuno a suo modo.
Io ho realizzato home-made un meraviglioso calzino da basket in spugna, tutto imbottito di sale grosso, con miracolosi poteri anticondensa.
La piccola Chiara ha abbandonato nel vano portaoggetti un plumcake spiaccicato probabilmente di era mesozoica e mio marito – non ho capito perché – ha piazzato un grosso sombrero sul pianale posteriore.
E dire che in Messico non ci siamo nemmeno mai stati, né noi né tantomeno Carolina.
In attesa di scoprire che mistero si cela dietro la comparsa del sombrero, io e lei cerchiamo di barcamenarci come possiamo, considerando la mia scarsa attitudine alla guida e i suoi acciacchi.
Che tradotto sta per: io non sono Hamilton e lei non è una Ferrari.
Vogliamo stare lontane dai grattacapi e dalle infrazioni e quindi ogni mattina trotterelliamo pacifiche, ligie agli attraversamenti pedonali, ai limiti di velocità, ai gialli lampeggianti e alle precedenze a destra.
In realtà la questione delle precedenze è delicata perché io soffro di disorientamento destra sinistra e certi incroci mi ricordano quei terrificanti quiz stracolmi di macchine rosse-gialle-verdi-blu con freccette schizofreniche girate in ogni direzione.
Per essere sicura di non combinare danni con la precedenza io e Carolina siamo piuttosto galanti e generose: la diamo a destra e anche un po’ a sinistra.
Quando siamo di buonumore ci mettiamo a canticchiare.
Quindi le nostre mattine in realtà potrebbero filare lisce come l’olio se non fosse che c’è sempre qualcuno che viene a romperci i paraurti.
Una strombazzata di clacson che ti toglie dieci anni di vita, solo perché hai osato fermarti invece di spiaccicare direttamente sull’asfalto stile Willy Coyote, il nonnetto zoppo con la shopper ecologica e il Jack Russell dal collarino rosso.
Un sorpasso a tradimento su doppia striscia continua con zampillo finale a iniezione diretta nel finestrino di monossido di carbonio, idrocarburi e ossidi di azoto perché hai rallentato al giallo. Così tanto, da purificare epidermide e polmoni in un botto solo. E cancellare in un colpo di spugna, la pelle di porcellana ottenuta con l’idratante di YSL pagato a rate.
Se poi ti prende il desiderio di tentare un’arguta manovra in un parcheggio che sia diverso dalla lisca di pesce, allora la situazione si fa davvero seria.
Anche perché non appena ingrani la retromarcia e cominci a indietreggiare, quello spazio che solo pochi istanti prima sembrava ampio e confortevole, diventa angusto e ristretto, stile golfino post centrifuga.
E allora sono attimi di panico vero. Perché sei lì con il sedere dell’auto a levante e il muso a ponente, gli occhi strabuzzati e il terrore di sfiorare la scintillante SLK metalizzata che avresti giurato che un attimo prima non ci fosse, e dannazione ora è proprio a pochi centimetri dal traballante parafanghi di Carolina.
O di frantumare il fanale stile cartoon della stronzissima Smart che sembra fissarti come a dire: «Vedi? Io mi parcheggio anche tra gli interstizi di una striscia pedonale» e quasi senti il suo sogghigno malefico.
E nel frattempo tutto intorno è un karaoke di clacson che impazzano, finestrini che si abbassano, dita che si alzano e mi fermo qui, perché siamo in fascia protetta.
Allora sia io che Carolina che di solito siamo per la non violenza, decidiamo di non agire: schiaccio il tasto delle sicure, chiudo gli occhi e mi preparo al peggio.
Che arriva con le sembianze di un paffuto autocarro giallo arancio dalla bambolina tirolese che dondola allo specchietto, aggancia la fiammante SLK e se la porta via.
Nel posto libero resta il vecchietto claudicante con il Jack Russell della mattina che mi strizza l’occhio e mi mostra un cartello, ed io capisco che siamo state miracolate da un divieto di sosta.
Ammutoliti dalla scena, anche gli animi incarogniti degli altri automobilisti si placano. Del resto hanno già sfogato la dose mattutina di ira quotidiana e possono riprendere il loro tranquillo tran tran: le donne si incipriano il naso con sguardi furtivi al retrovisore, i maschietti si sistemano la cravatta.
Qualche pensionato sbuffa perché il divertimento è finito troppo presto e non resta che tornare ad osservare gli interminabili lavori dei cantieri a cielo aperto nella metropoli.
Oppure di aspettare con trepidazione il prossimo giallo lampeggiante…


©Monica Coppola

mercoledì 2 settembre 2015

[il mondo delle donne] - TIPE DA SPIAGGIA 2015 - parte 2 (di Monica Coppola)



Tipe da Spiaggia #2

La spremitrice intrepida




Facilissima da riconoscere: potete individuarla con le gambe solitamente in posizione yoga e le braccia avvinghiate sulla schiena del povero tapino seduto davanti a lei. Ma non fatevi ingannare, non si sta prodigando in effusioni estive bensì in qualcosa di molto diverso.

Forse in un'altra vita voleva fare l'estetista ma poi qualcosa è andato storto e siccome le grandi passioni non muoiono mai, il suo passatempo preferito, in barba a beachvolley e snorkeling è la spremitura di punti neri, foruncoletti e affini degli sventurati che le orbitano intorno.

Potete anche avvistarla gattonare irrequieta a carponi sullo stuoino di rafia intorno al malcapitato che, per dare tregua alla sua martoriata schiena si è disteso supino e, sfinito e dolorante, è sprofondato in una pennichella. Lei invece, non dorme mai e anzi, approfitta del torpore delle sue vittime potenziali per studiarle più da vicino. E infatti ora il suo volto è a due centimetri dal naso del malcapitato dormiente, alla ricerca di comedoni come porcini in Val Vigezzo.

Dotata di pinzetta e kleenex, è pronta a colpire tutti indiscriminatamente. Indipendentemente da età, sesso, squadra del cuore o ideali politici

Vuoi che non ci sia un peletto impertinente che abbia deciso di spuntare all'improvviso dove non deve?

Un puntino nero da detonare?

Un brufoletto da torchiare come una biancolilla di Siracusa?

Se l'avvistate statele alla larga. Sopratutto se avete un bulbo pilifero fertile, con picchi di ricrescita o, peggio ancora, figlioli adolescenti che potrebbe avviluppare con le sue unghie laccate e restituirvi arrossati e scoppiettati come rotoli di pluriball dopo l'uso.




Tipe da Spiaggia #3
L'untuosa contorsionista


Anche lei, come (l'ex) casta spogliarellista, teme i batteri del bagnasciuga più delle rate della TARSU.
La riconoscerete perché possiede un intero kit di creme, sieri, stick a protezione totale e non appena prende posto sull'arenile inizia a sfoderare tutto l'armamentario.
Il punto è, e lei lo sa bene, che il sole colpisce a tradimento proprio laddove non te lo aspetti.
E allora prima di crogiolarsi sotto il solleone è necessario espletare a dovere il rituale della "spalmatura".
Si inizia con la posizione del fenicottero, in piedi sulla gamba sinistra, flette e distende la destra per essere certa di raggiungere anche talloni e alluci. Poi torce il collo dietro la schiena, nemmeno lo avesse snodabile, e con la mano destra, alacremente, si spalma generosamente la parte sinistra della schiena. E viceversa.
Piega il busto in avanti e fa roteare le mani tra l'interno cosce per essere certa di proteggere anche quelle parti dove, normalmente, non batte il sole.
Non contenta, estrae dalla sua fornitissima pochette, un olio viscido che distribuisce sulle sue folte chiome, che al tocco si trasformano come se avesse appena ricevuto delle affettuose leccate di cammello.
Infine arraffa lo stick per la protezione delle zone perioculari e inizia a disegnarsi tratti obliqui sul volto.
Decorata come una Zo'è del Sud America si avvia ponderata verso la riva.
E finalmente, tutta untuosa e soddisfatta, si tuffa in mare anche lei, diffondendo inquietanti chiazze galleggianti e oleose stile frittura di paranza appoggiata su uno scottex da discount.
Così, dopo aver dato il suo personale contributo di biossido di titanio, ossido di zinco, parabeni, trifosfato di pentasodio e affini, a danno dell'ecosistema marino, si dà una scrollatina e dopo qualche istante, poiché i bugiardini raccomandano di ripetere l'applicazione da capo, ricomincia con i suoi spalmamenti.
Se la vedete siate prudenti, e nuotate al largo da lei: se non volete restare invischiati nelle sue chiazze galleggianti. E tenete a portata di mano il numero di GreenPeace!

(copyright Monica Coppola - tutti i diritti riservati)


martedì 4 agosto 2015

[il mondo delle donne] - TIPE DA SPIAGGIA 2015 - parte 1 (di Monica Coppola)







Tipe da Spiaggia #1
La nuda per caso





Di solito si aggira per le spiagge avvolta in parei multistrato e grandi cappelli di paglia. Seguita da un infelice omuncolo portatore di costume a slip.

Osserva meticolosa l'ambiente circostante la playa e, quando si accorge dell'assenza di cabine destinate alla s-vestizione, è preda del panico.

Resta lì impalata e tenace, ghermita dai multistrati di stoffa indecisa sul da farsi.

Ma il sole è cocente, la sabbia rovente e il tempo tiranno, per cui, a meno di non tuffarsi tra le chiare e dolci acque con tutto il suo ambaradan tessile non ha alternativa: deve spogliarsi.

Si guarda intorno timorosa e, non appena vede sfilare sulla battigia due marmoree vichinghe in topless, che calamitano gli sguardi degli spiaggiaioli, marito compreso, coglie l'attimo per disfarsi dell'ingombrante outfit da yeti. È allora che svela un osceno olimpionico parigamba dalla fantasia che ricorda tanto un girotondo allegro di spermatozoi ma che lei, ignara, ha comunque acquistato al volo perché i costumi moderni li reputa quantomeno oltraggiosi.

La casta spogliarellista si sa, le sue grazie le mostra soltanto al fedele consorte che, infischiandosene altamente delle sue manovre pudiche, sta fissando i ballonzolanti glutei delle turiste crucche che hanno deciso di sollazzarsi giocando a racchettoni.

Ignara del rischio che il suo matrimonio sta per correre, protegge le sue chiome con un ignobile cuffietta in lattice con margheritone tridimensionali e, in tutta fretta prende il largo, per evitare che qualche sguardo bramoso possa soffermarsi sulle sue carni, pressurizzate dal costumone vintage. Ovviamente il coniuge ne approfitta per socializzare con le turiste in monokini.

Dopo la nuotata rigeneratrice che le ha fatto dimenticare l'onta del primo spogliarello, deve però affrontare un'altra spinosa questione: il costume bagnato.

E nella sua testolina bigotta si dipana un amletico dubbio: rischiare la proliferazione di funghi e batteri nelle parti "innominabili" o tentare un'impresa ardua e rischiosa, come quella del cambio costume sulla pubblica playa?

Alla fine, poiché nella preservazione delle sue grazie rientra anche l'evitare accuratamente malattie trasmissibili che sicuramente proliferano in luoghi della pubblica perdizione come quelli, e di cui, ne è certa, le spilungone bionde che ora si stanno intrattenendo con il suo uomo sono sicuramente portatrici sane, non le resta alternativa che dare il via al secondo spogliarello di quella infame giornata.

Si arrotola in un telo mare come un kebab e poi inizia a dimenare le anche tentando di liberarsi del virulento indumento da mare. Si contorce, si divincola, si sbraccia, ma il costume le resta attaccato alla pelle come una tutina in lattice.

Tuffa la testa dentro l'asciugamano, afferra l'elastico e tira con tutta la forza che ha e il costume si arena, indisponente e testardo, in un punto imprecisato tra chiappe e cosce e non ne vuole sapere di andare né su né giù.

Sfinita chiede aiuto al suo consorte che però non se la fila di striscio, tutto intento a scattarsi selfie con le sventolone dai capelli color miele.

Così, imprecando contro l'estate, le spiagge senza cabine, le crucche, e soprattutto per quello stronzo di suo marito, è costretta a fare da sé.

Nella foga della missione recupero costume, l'asciugamano le scivola e in un attimo si ritrova nuda per caso sulla pubblica playa, con le chiappe coperte a metà dal costume arrotolato, il seno prorompente e latteo e la cuffietta con i fiori in rilievo ancora in testa.

In quel preciso istante passano in contemporanea un inglese, un francese, un tedesco e un venditore di cocco napoletano, che posa il suo cestino di frutti esotici insabbiati e in un nanosecondo immortala e condivide le sue grazie su tutti i social.

Postilla: convertita e sedotta dal milione di like ottenuti, manda a cagare marito e senso del pudore e diventa fashion blogger, e opinionista fissa a Temptation Island.

(copyright Monica Coppola - tutti i diritti riservati)

mercoledì 1 aprile 2015

[Racconti brevi] - Lo strano caso del Dottor.T (Monica Coppola)

Da qualche giorno le cose mi quadravano meno del solito.
Starnutivo ripetutamente ed avevo sempre sonno.
In più, tanto per gradire, mi erano comparse due macchioline rosse sul collo che mi facevano sembrare un appetibile dessert per giovani licantropi.
Così la Dottoressa C., medico curante, mi ha spedita dritta dall’esimio Dottor T., allergologo di sua fiducia.
Calvo e mingherlino, occhietti penetranti e un camice che quasi sembrava danzare attorno alla sua esile figura, il Dottor T. mi ha osservata grattandosi il mento ossuto.
"E' solita ad usare gioielli in acciaio, nichel o..."  mi ha domandato, indirizzando uno sguardo torvo ai miei orecchini "…plastica e altre diavolerie simili?"
Istintivamente la mia mano è corsa a coprire le lunghe margherite made in china che penzolavano allegramente sul mio lobo sinistro.
"Bhe, sì. Ma solo ogni tanto…" ho ammesso imbarazzata
"Mmm… lo sospettavo" ha mugugnato maneggiando con alcune provette "Fuma, beve o fa uso di sostanze particolari?"
"Macchè!" ho scosso subito la testa con decisione "Non reggo nemmeno un sorso di Heineken!"
"Mmm … sospettavo anche questo" ha aggiunto osservandomi  con commiserazione.
Poi ha inzuppato un batuffolo in una tazza d’alcol cospargendomi l’avambraccio di gocce minuscole, mentre la sua penna, lunga ed affilata, scarabocchiava incomprensibili simboli.
A quel punto i sospetti sono venuti a me…
I suoi occhi da pipistrello hanno iniziato quasi a roteare mentre dalle sue labbra sottili si diffondevano vocaboli sconosciuti “Cladosporium herbarum…mucor mucedo…alternaria tenuis…pennicillum notatum.”
Mi sentivo la protagonista di un rito esoterico e temevo che il suo camice iniziasse a volteggiare come uno spettro, circondato da pozioni che si libravano in volo, sogghignanti.
La lamella del Dottor T. intanto mi punzecchiava, saltellando da un braccio all’altro.
Quando stavo per temere il peggio ha bofonchiato qualcosa tipo “Epitelio di cane” ed ho sentito rinascere in me la speranza.
Anche se un cane non ce l’avevo ho colto la palla al balzo per cercare di placare quella sua bizzarra smania "…serve un cane? Vado a cercarne uno?" ho domandato tentando di riprendermi le braccia.
Lui mi ha ignorata completamente.
Animato da una frenesia ancora maggiore ha proseguito baldanzoso la sua cantilena.
"Epitelio di coniglio, epitelio di cavia, robinia, frassino, sambuco, assenzio selvatico, dente di leone, paleo odoroso, bambagina, crisantemo..."
Al suono dell’ultimo sostantivo floreale ho pensato che ormai tutto era perduto: la mia esistenza si sarebbe conclusa lì, con le braccia ridotte come un colabrodo, alla mercé di uno sciamano che, probabilmente, svolgeva la professione di allergologo per copertura.
E mentre un alone nostalgico avvolgeva i pensieri di tutte le cose che non avevo fatto e che avrei voluto fare,  mi è venuto in mente che forse l’insolito trapasso poteva assicurare fama e pubblicazione al mio romanzo inedito.
Stavo già per valutare la cosa quando ho avvertito le dita minuscole del Dottor T. arrampicarsi come ragni sulla mia spalla.
"Signora? Signora? Abbiamo terminato. Può andare."
Mi sono stropicciata gli occhi  come se mi risvegliassi da un incubo ed ho osservato le mie braccia a pois, tutte pigmentate d’inchiostro.
"E allora? A cosa sono allergica?"
Lui ha guardato l’orologio che già segnava le diciotto e trenta, ha sbuffato ed ha aggiunto laconico "A niente."
"Come sarebbe a niente? E le macchie? Gli starnuti?" e anche i miei centocinquanta euro volevo aggiungere, ma sono stata zitta.
Lui ha arraffato una serie di moduli e spazientito li ha spinti sotto al mio naso "Lo vede? Lo vede? Le ho testato di tutto! Graminacee, micofiti, acari, epiteli e anche piante composite! Lei non è allergica proprio a niente!"
Cogliendo la mia aria perplessa ha proseguito con tono più pacato "Mi creda, lei tollera proprio tutto! Conifere, lieviti, pellicce di animali" ed ha puntato gli occhi miopi sui miei lobi "e anche quelle cianfrusaglie che si è messa sulle orecchie! E adesso perché non esce di qui e va a prendersi una bella birra?"
"No guardi la birra io proprio non…"
"Vada, vada…" ed ha iniziato a spingermi verso l’uscita "mi creda che a una come lei luppolo e malto d’orzo fanno solo il solletico."
"Ma veramente io…" ho tentato di replicare ma lui ha richiuso la porta dello studio senza troppi complimenti.
Ancora frastornata per l’esperienza surreale dei prik test, ho pensato che la vicenda aveva il suo lato positivo.
Se mi fosse venuta voglia di rotolarmi tra la gramigna, con un dente di leone tra i capelli, in compagnia di pelosi gatti, cavie e criceti, sgranocchiando arachidi e crostacei e magari annaffiando il tutto con un litro di Heineken, ora potevo farlo in tutta tranquillità: non mi sarebbe comparsa nemmeno una minuscola macchiolina.

(copyright Monica Coppola)

lunedì 2 marzo 2015

[il mondo delle donne] - Per favore non soffiate sulle candeline (Monica Coppola)



Per favore non soffiate sulle candeline… 

Monica Coppola

 

La sveglia suona e io la metto a tacere all’istante.

Ha poco da fare casino tanto sono già sveglia.

Praticamente non ho chiuso occhio visto che la notte appena trascorsa era segnava il fatidico passaggio dagli “enta” agli “anta”.

Per documentarmi a dovere ho navigato su internet alla ricerca dei possibili effetti collaterali del passaggio di decina. L’insonnia era uno dei primi in effetti…

Seguita in buona compagnia da: irritabilità, aumento della pressione arteriosa, vampate di calore, osteoporosi, tachicardia e ovviamente aumento ponderale.

Sì certo, non è una tragedia. Esistono cose di gran lunga peggiori.

Compiere gli anni il giorno del derby (se hai un marito tifoso), o della finale di Amici (se hai figli adolescenti) ad esempio. In questo caso nessuno dei tuoi cari si filerebbe le tue candeline, nemmeno per sbaglio.

Ma l’essere nata in un giorno diverso da questi non mi consola un gran che …

Il punto è che ora sono costretta a fare i conti con una dolorosa verità. Perché se fino agli sgoccioli dei trenta ti crogioli nell’illusione di essere una ventenne con un po’ di esperienza di vita in più, dopo non c’è appiglio che tenga…

E le blande consolazioni che ti propinano le amiche più giovani, ben lontane dall’infame traguardo, sono tutte palle consolatorie senza nessun barlume di verità.

Per questo ho fretta di alzarmi per constatare di persona tutto il devasto che si è portata dietro la notte appena trascorsa.

Mi guardo allo specchio e mi sembra di vedere squadre di radicali più liberi che mai scorazzare intorno al mio contorno occhi, più plumbeo del solito.

Desisto e passo alla fase di ispezione due: controllo del peso.

Salgo sulla pesa che non dà cenni di vita perché funziona soltanto se esposta a luce solare. Così esco sul balcone e sporgo fuori la bilancia alla ricerca dei primi pallidi raggi di sole.

La signora di fronte è affannata a sbattere i tappeti ma, non appena si accorge di me, in pigiama a litigare con la bilancia, mi indirizza uno sguardo compassionevole, che mi convince a battere in ritirata. Vorrà dire che vivrò il mio primo giorno da quarantenne con l’illusione di essere in forma perfetta.

Mentre mi vesto cerco qualcosa che in qualche modo camuffi l’anno in più: un abito che non lasci scoperte le gambe (che già noto afflitte da ricrescita villosa e precoce sicuramente dovute al fatidico passaggio), che scenda morbido sui fianchi e che magari abbia anche un effetto push up. Sposto le grucce ma ovviamente non trovo niente del genere. In compenso dallo specchio dell’armadio noto, con disappunto, che l’umidità mi arriccia tutto il carrè rendendolo simile al pelo di un gatto randagio dopo un temporale estivo.

Comunque è ora di uscire e quindi,tutta afflitta mi incammino verso la fermata e salgo sul bus.

“Signora vuole sedersi?”

Un’adolescente con il capo rasato a metà mi sorride cedendomi, inaspettatamente, il posto.

E qui i casi sono due: o la ragazzina è squisitamente gentile o io inizio ad apparire decisamente più, come dire, matura ecco.

Perché sono almeno vent’anni che scorrazzo sui bus e ‘sta cosa non mi è mai successa prima…

“No, grazie. Sono quasi arrivata” mento spudoratamente visto che mancano ancora ventidue pressanti fermate.

Per distrarmi dai pensieri sbriciola autostima, mi metto ad origliare la discussione un gruppetto di ragazzine.

“Ma che davvero?” sta chiedendo una di loro, masticando un chewingum dietro l’altro “Uhh che situazione da sclero. Io mi seppellirei.”

“Ti dico di sì. Viene a fare zumba con me. E mette pure le foto su instangram!” si lamenta l’altra continuando a far scorrere i pollici sullo smartphone

“Ma chi tua madre?” le fa eco la tipetta rasata che mi aveva ceduto il posto

“Madoi raga vorrei morire…” ribatte sconsolata l’altra “Voglio dire. Mi è pure simpatica. Ma a saltare in leggins e top, alla sua età, giuro, è imbarazzante…”

“Eh sì…meno male che la mia fa pilates a casa con you tube così non la vede nessuno.” miss chewing-gum scoppia l’ennesimo fragoloso palloncino.

“Beata te…” sospira l’altra sconsolata.

Mentre memorizzo a caratteri cubitali che, semmai mi saltasse il guizzo di andare in palestra, la scelta dovrà assolutamente ricadere su fitness centre distante almeno 50-60 km dall’area in cui bazzica mia figlia con le sue amichette, mi accorgo di essere arrivata a destinazione.

Scendo di corsa con il fiato corto e il cuore che sembra schizzare fuori.

Eh sì, wikipedia lo diceva chiaro: affanno e tachicardia, gli altri compagni molesti dell’invecchiamento precoce.

Mentre boccheggio cercando di riprendere fiato mi ritrovo davanti alla parafarmacia del corso che, invitante, mi ammalia con le sue beauty offerte promozionali.

Forse è arrivato il momento di agire.

Una giovane e levigata commessa mi sorride benevola.

“Buongiorno. Posso fare qualcosa per lei?”

Decido di essere sincera anche perché il tempo corre, in tutti i sensi purtroppo.

“Ehm salve… può consigliarmi qualche crema anti età’?”

“Certamente. Quanti anni ha?”

“ ‘ranta…” bisbiglio sottovoce.

“Cinquanta?” solleva le sopracciglia perfettamente delineate con aria stupita.

“No, quaranta…” preciso indispettita “Compiuti solo da qualche ora eh…”

“Ohhh mi spiace tanto.” Ribatte sinceramente rammaricata “Però non si preoccupi. Ora vediamo di rimediare ehm… il rimediabile” mi lancia un’altra occhiata furtiva e poi ancheggia sinuosa da uno scaffale all’altro, svuotandoli per metà.

Mentre io sto ancora meditando su quale sia l’esatto significato di “rimediare il rimediabile” lei depone una montagnola di flaconi, blister e tubetti sul bancone “Diciamo che per iniziare questi dovrebbero bastare…”

“Mi serve tutta questa roba?” domando esterrefatta.

“Come minimo. Deve combattere l’invecchiamento in modo massiccio, le servono antiossidanti, leviganti, esfolianti, miorilassanti e ristrutturanti di barriera.” Ad ogni definizione mi mostra un prodotto e poi aggiunge con delicatezza “Sa, avere quarant’anni non è mica come averne venti…”

Ma va? Grazie per la perla di saggezza!

“Però lei è fortunata. La cosmesi ha fatto progressi enormi e anche lei ne potrà beneficiare” le sue labbra lucenti di gloss si piegano all’insù “Grazie ai poliidrossiacidi come il gluconolattone e il lattobionico potrà tornare ad avere la pelle di una ragazzina…”

Non so perché ma il termine “lattobionico” mi fa venire in mente un supereroe muscoloso tutto intento a poppare da una tettarella siliconata e la cosa mi fa alquanto ridere.

Lei invece è serissima. “Guardi che la lotta ai segni del tempo è una cosa seria…” si affretta a rimproverarmi.

“Ehm sì… E quanto mi costerebbe tutto questo?” chiedo indicando quel pout pourri che mi garantirà eterna giovinezza.

Le sue dita affusolate dalla perfetta french manicure scansionano meticolose ogni confezione. “Soltanto ottocentocinque euro e novanta…”

Al ferale annuncio divento più pallida del suo camice “Ehm … E solo il glucolattone quanto costa?”

“Il gluconolattone intende?” mi corregge lei “Il minisiero da 5 ml novantasette euro. Ma se non me l’abbina all’acido lattobionico non mi sento di assicurarle il pieno funzionamento delle proprietà ossidirliche sull’epidermide l’avviso…”

“Sarebbe a dire?”domando piuttosto confusa.

“Sarebbe a dire che le rughe se le tiene” ribatte spazientita una signora con gli zigomi push up in coda dietro di me.

L’orologio intanto batte le nove e io capisco che devo sbrigarmi.

“Beh senta, magari ci penso eh… Grazie.”

“Ecco sì, faccia così che è meglio per tutti…” mi scavalca già senza troppi complimenti Miss Zigomo Alto.

“Ma non vuole nemmeno la crema antiossidante alla quercetina?” ritenta ancora la commessa “Oggi è in offerta a settantacinque euro!”

Io penso alle mie rughe e poi a tutte le cose belle che potrei fare con quella cifra.

Allora arraffo dallo scaffale un pacco di caramelle fuxia per combattere la flora batterica e le porgo alla commessa “Ci ho ripensato. Prendo solo queste”.

Esco accompagnata da una scia di dissensi di sottofondo senza alcuna nostalgia per la mancata adozione di glucolattoni e affini.

Mi specchio in una vetrina e crucciata osservo la ruga vicino alle sopracciglia.

Sul cellulare intanto vibrano i primi messaggi di auguri che mi mettono di buonumore.

Rincuorata dalle manifestazioni d’affetto che arrivano dall’etere mi ritrovo a sorridere. Accarezzo la mia ruga pensando che, in fondo, fa parte di me. E forse, con un pizzico di spensieratezza, potremmo anche diventare buone “compagne di viaggio”.

©Monica Coppola