©Arianna Berna
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lunedì 11 gennaio 2016
mercoledì 2 settembre 2015
[poesie] - Amori in fieri (Arianna Berna)
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mercoledì 1 aprile 2015
[poesie] - Prendimi (Loriana Lucciarini)
Prendimi
Prendimi, riempimi,
stanami, rincorrimi,
esplora ogni angolo di me
espandi questo bisogno che ho di te,
fino a dilatarlo nell’anima,
fino a trovare ogni nascondiglio.
Prendimi, afferrami,
completami, svuotami
fino a che il mio sudore
disegnerà sulla tua pelle
voluttuose geometrie.
Fino a che urlerò forte il tuo nome
e il mio richiamo graffierà i tuoi occhi.
Prendimi,
ondeggia dentro me,
in questa danza antica e animale,
forte e crudele,
di bramosia e desiderio,
fino a che basterà il silenzio,
con la sua poesia,
a far tacere i miei sensi.
[copyright Loriana Lucciarini ]
questa poesia è stata premiata con la menzione d’onore
al 1° concorso nazionale Sensualmente 2014
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domenica 1 febbraio 2015
[il mondo delle donne] - Una scelta generosa - di Loriana Lucciarini
Sospiro asciugandomi una lacrima. A che serve ora piangere? Non si piange sul latte versato, tantomeno quando a versarlo lo si è fatto di proposito. L’ho visto andare via e l’ho salutato silenziosamente con la morte nel cuore. Ho sciolto i fili che ci tenevano uniti, ho detto addio a quel meraviglioso ragazzo, a tutti i ricordi belli che ci legavano.
Non so se poi mi pentirò di questa scelta, ma ho deciso che fosse quella giusta.
Forse qualcuno dirà che sono stata una stupida, che potevo fregarmene di tutto il resto, ma non ci sono riuscita. Mi meraviglio di me stessa, della mia generosità, del mio coraggio, perché per fare quello che ho fatto ce ne vuole di coraggio, e molto… dove ho trovato la forza?
Un gattino mi segue silenziosamente, forse ha compreso la mia pena e mi vuol consolare. Gli sorrido teneramente e lo accarezzo confidandogli ciò che provo.
“Micino, perché mi guardi così? Hai capito che sono triste?” e lo prendo in braccio, facendo girare qualche passante curioso.
“Oggi ho chiuso le porte alla mia vita e alla mia felicità… l’ho visto andare via con il cuore a pezzi, non so neppure dove ho trovato la forza di sorridergli ed augurargli tutta la fortuna del mondo!” mormoro seria, rivolta al gattino.
Avevo conosciuto Stefano ad una festa. Io, timida e riservata di carattere, me ne stavo in disparte, ma lui, che era l’anima della compagnia, mi aveva subito notata ed era venuto vicino invitandomi a ballare. La sua simpatia mi aveva contagiata, così mi aveva strappato un appuntamento e poi un altro e un altro ancora… finché non mi disse che per lui ero speciale e mi chiese di metterci insieme. Io avevo accettato subito perché mi piaceva tantissimo. Così la nostra storia d’amore ebbe inizio. Come gli innamorati camminavamo mano nella mano, ci fermavamo ad aspettare il tramonto, eravamo felici mentre intorno a noi non esisteva nulla, oltre noi e il nostro amore. Gli innamorati sono anche un po’ egoisti, si sa. Ma era proprio questa la nostra forza, ci faceva stare bene. Facevamo progetti ed eravamo il sostegno l’uno dell’altra.
Poi però una lontana amica di Stefano, Mariangela, ritornò nella nostra città e la loro vecchia amicizia si riallacciò. Iniziarono a frequentarsi assiduamente, ed un giorno Stefano me la presentò. Com’era bella! Biondi capelli morbidi, lineamenti delicati e sottili, fisico asciutto e perfetto. Mariangela era una ragazza splendida, dal carattere aperto e solare, piena di energia e talenti. Ma c’era un ma, Mariangela era cieca dalla nascita! Quanto appariva fragile ai nostri occhi, ma quanto era forte dentro, capace di non lasciarsi fermare da questa sua difficoltà.
Stefano fin da bambino aveva sempre provato affetto e un senso di protezione per questa ragazza sfortunata. Questo sentimento ora si era trasformato in amore. Amava Mariangela, questa dolce ragazza piena di voglia di vivere e tanto coraggio. Amava lei più di me.
Io, avrei potuto lottare per trattenerlo a me. Avrei potuto combattere contro di lei, per questo nostro noi per me così importante. Avrei avuto anche ragione nel farlo. In amore è tutto lecito, dicono. Non so se avrei vinto, ma almeno potevo tentare, ma non me la sono sentita di interpormi tra Stefano e lei. Lei merita di essere felice e anche Stefano. Insieme lo saranno.
E adesso io come farò senza di lui? Chi mi terrà la mano quando scenderà la sera? Chi darà un senso a questi miei giorni, che ora sono grigi e vuoti, mentre prima erano colorati e pieni di una felicità che a me sembrava perfetta?
Un’ultima lacrima e via da questa strada, dai ricordi. Via prima che cambi idea e che inizi ad affiorare in me il dubbio e il dolore.
Eppure, anche se questa scelta mi fa soffrire sento che in fondo è stata quella giusta. Stefano avrebbe scelto lei, anche se lo avessi costretto a fare una scelta tra noi due. Io avrei perso ugualmente. Probabilmente questa nostra storia d’amore, pur se a me rendeva felice, era comunque destinata a finire. Questi pensieri mi aiutano ad affrontare il dolore dell’oggi.
“Andiamo micino, ti porto a casa!” lo coccolo portandomelo a petto e sorridendogli con tutto l’amore che posso.
Il gattino mi si accoccola vicino e inizia a farmi le fusa con gratitudine.
Sono fiera di me stessa, ho amato così tanto Stefano da rinunciare a lui per la sua felicità. I giorni che mi aspettano da vivere mi appaiono meno neri e ostili, se inizio a pensare che posso costruirmi giorno per giorno un nuovo futuro per me, dove anche io potrò essere la donna che qualcuno sceglie di avere per compagna, con la quale voler immaginare giorni di gioia e amore.
Se trovo il modo giusto di superare questo momento difficile, il futuro s’appresterà veloce mentre l’oggi diventerà presto passato. Col tempo le ferite guariranno e io sarò più forte e quando mi volterò a guardare questo giorno lo vedrò già lontano. La mia scelta generosa che permetterà a Stefano e Mariangela di essere felici, illuminerà anche la mia vita e mi porterà certamente un amore più grande e pieno di quello che ho lasciato.
“Andrà così, davvero” mi incoraggio sicura e senza pensarci troppo sparisco insieme al gattino, il mio nuovo amico, capace di starmi vicino in questo momento in cui tutto mi brucia nel cuore.
(©Loriana Lucciarini)
martedì 30 dicembre 2014
BACIO SOTTO IL VISCHIO, di Silvia Devitofrancesco
“La neve scende dal cielo, la luce riscalda i nostri cuori, gli angeli cantano in coro, buon Natale a tutti voi!” Ecco, è arrivato il periodo dell'anno che detesto più di tutti, fatto di lucine, regali e finta gioia. Non consideratemi una cinica guastafeste ma io il Natale proprio non riesco a sopportarlo. Credo di essere affetta da allergia alla “festa più magica dell'anno” tanto per citare lo slogan pubblicitario della ditta di cosmetici fondata dal padre del mio ex promesso sposo Brad. Già, ahimè, ex... colui che proprio la sera della viglia di Natale di tre anni fa ha pensato bene di comunicarmi, cito sue testuali parole: “Sei una ragazza meravigliosa, Janet ma, attualmente, ho bisogno di stare da solo per capire cosa voglio davvero dalla vita.” Un bellissimo e memorabile regalo di Natale, molto meglio di un anello di Bulgari, non trovate?
Adesso mi ritrovo a essere single e sfigata alla veneranda età di trent'anni, circondata da amiche accasate con prole al seguito e ogni Natale sono costretta a sorbirmi le battute pseudo sarcastiche da parte di tutto il parentado riunitosi, considerata la grande occasione. Stringo i denti e sopporto, dopotutto a Natale bisogna essere più buoni, lo dicevano anche al catechismo.
Quest'anno sarà diverso. Trascorrerò una vigilia di Natale indimenticabile, a mia immagine e somiglianza. Sì, la trascorrerò chiusa in casa, con le tapparelle abbassate, sotto il piumone intenta a leggere un libro. Niente regali, niente baci, niente passeggiate tra le vie affollate di New York.
I miei pensieri sono interrotti dallo squillare del cellulare. Senza nemmeno guardare il nome che lampeggia sul display rispondo e la voce allegra della mia amica Susy mi rimbomba nelle orecchie: «Non prendere impegni! Questa sera grande party della vigilia di Natale a casa mia. Ti aspetto!» «Susy io...» provo a ribattere ma lei ha già concluso la conversazione. Il mio bel piano di Natale alternativo è andato a monte, merda!
L'elegante abitazione di Susy gode di una meravigliosa vista sull'immenso abete del Rockefeller Center. Non appena metto piede nell'appartamento vengo travolta, mio malgrado, dall'atmosfera natalizia. Tutto intorno è un tripudio di luci, colori e rami di vischio. «Janet, eccoti, vieni di là così ti presento gli ospiti!» Oddio mio vorrei scappare, qualcuno mi venga a salvare! Seguo Susy in versione elfa sexy e varco la porta del salone. Diversi volti si girano all'unisono nella mia direzione. Tutti indossano ridicoli costumi a tema tranne la sottoscritta. Tutti sorridono felici tranne me.
Nauseata, mi allontano e non mi accorgo di aver urtato contro qualcuno. «Sei sempre la solita sbadata!» La sua voce la riconoscerei tra mille. Non riesco ad alzare lo sguardo per sostenere il suo e, come se non bastasse, perdo l'equilibrio a causa dei tacchi vertiginosi. Risultato? Finisco per terra gambe all'aria e con la testa in direzione di un ramo di vischio. Cavolo, sono proprio una donna fortunata! Odo fragorose risate e, senza che me ne possa rendere conto, avverto le labbra di Brad sulle mie. In fretta mi rialzo e, senza nemmeno prendere il cappotto, scappo via. Cammino senza meta, cercando di ripararmi dal freddo stringendo forte le braccia al petto.
«Janet, aspetta!» mi volto e vedo Brad rincorrermi tenendo tra le mani il mio cappotto.
«Gentile da parte tua!» Cammino nella sua direzione fino a fermarmi davanti all'abete
«Bello, vero?»
«Odio il Natale» replico secca e continuo: «A causa tua!»
«E' acqua passata, ormai» Oddio quanto è bello vestito da Babbo Natale.
«Forse per te lo è!» Chissà se mi regalerà qualcosa questo fighissimo babbo Natale.
«Smettila!» Lo amo ancora
«Vattene via!» Resta qui, ti prego.
I nostri corpi si avvicinano e nuovamente le nostre labbra si sfiorano. «Qui non c'è il vischio» sussurro.
«E tu non sei caduta!» ribatte lui accarezzandomi dolcemente mentre tutt'intorno un folto gruppo di turisti italiani applaude approvando.
©Silvia
Devitofrancesco
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venerdì 1 agosto 2014
[poesie] - Amore all'improvviso di Arianna Berna
Amore all'improvviso
Faceva freddo
e mai avrei immaginato che il cuore si sarebbe scaldato
proprio quella sera,
proprio con lui.
Così diversi,
così lontani,
due pianeti distinti,
due opposti che inevitabilmente si attraggono.
Il primo timido bacio,
quasi per sbaglio,
quasi temuto,
eppure così intenso.
Labbra che si cercano
e improvvisamente non sanno più fare a meno le une delle altre
un brivido,
un'ondata di gioia.
Fra tutti proprio lui,
e ancora lui,
e da adesso in poi... sempre lui,
nella testa e nel cuore.
©Arianna Berna
lunedì 31 marzo 2014
[il mondo delle donne] - Meravigliosamente donna (Silvia Devitofrancesco)
Meravigliosamente donna
Un'altra dura giornata di lavoro si è conclusa. Guardo l'orologio e sorrido felice: sono le diciotto in punto. Spengo il computer, mi alzo dalla scrivania, afferro la giacca e la borsa ed esco da quella stanza nella quale ho trascorso le ultime otto ore. Saluto i miei colleghi e mi precipito fuori dalla casa editrice. Ebbene, lo devo ammettere. Svolgo un lavoro stupendo. I libri mi hanno affascinata da sempre attraverso il loro odore, le parole che, unite, creano trame e personaggi, le emozioni che, di riflesso, vive anche il lettore. Il mio lavoro consiste nella valutazione degli inediti. Un compito, a volte, molto difficile soprattutto quando sei costretta a comunicare all'autore di un dattiloscritto che il suo romanzo non rientra nelle linee editoriali della casa editrice. In quel momento prendi coscienza di aver distrutto il sogno di una persona, la quale aveva riposto in te e nella tua professionalità tutta la sua fiducia. Esattamente due ore fa ho inviato una mail “distruggi aspettative” a un'aspirante scrittrice e il mio umore è decisamente a terra, poiché, nonostante il mio capo mi ripeta continuamente di non lasciarmi coinvolgere, io non riesco proprio a fingere che si tratti di pura routine. <<Le donne possiedono una maggiore sensibilità rispetto agli uomini!>> è la mia consueta risposta e la sua consueta replica è uno sguardo rivolto al soffitto. Sembriamo quasi due attori che interpretano una scenetta di una commedia.
Oggi è una giornata tipicamente autunnale, cielo grigio, vento fresco e poca gente per la strada. Stringo la giacca di pelle con le mani e mi dirigo verso il centro. Potrei percorrere una via più breve per tornare a casa, ma preferisco quella più lunga anche perché desidero comprare una sorpresina per la mia principessa che mi aspetta a casa impaziente in compagnia della babysitter. Mi dirigo con passo deciso verso un grande negozio di giocattoli e scelgo il bambolotto che tanto desidera. Pago e corro via diretta verso casa, in direzione della mia ragione di vita.
La mia principessa si chiama Giada. È una splendida bambina di cinque anni, dai lunghi capelli rossi, lisci come spaghetti, dai profondi occhi verdi e dalle manine piccole e paffute. Giada ha rappresentato la mia salvezza da una vita sbagliata, è stata il mio reset.
L'ho concepita quando credevo nella forza magica dell’amore, quando credevo di aver trovato l'Amore. Vedevo in quell'uomo maturo la sicurezza e la stabilità che cercavo disperatamente. Sposarsi, formare una famiglia, vivere nell'armonia ed essere, per i nostri figli, un porto sicuro, erano i miei nuovi desideri. Lui, dal canto suo, promise che sarebbe stato perfetto. Avrebbe abbandonato i vizi del fumo e dell'alcool nei quali aveva trascinato anche me e avrebbe scelto la tranquillità del focolare domestico. Io credevo che un uomo fosse potuto cambiare per amore. Povera illusa!
Avevo iniziato a lavorare da qualche mese presso la casa editrice “Yourbook”, quando mi accorsi di essere incinta. Che emozione vedere le due barrette lilla sullo stick! Mi sentivo diversa, euforica, “meravigliosamente donna”, poiché, in me, stava avvenendo il miracolo della vita. Tutti i miei pensieri confluivano verso quell'esserino che cresceva nella mia pancia. La sera stessa diedi il lieto annuncio al futuro papà e l'incanto finì. <<Amore, avremo un bambino!>> gli dissi, porgendogli un paio di scarpine da neonato. Lui spalancò gli occhi, mi baciò e si chiuse nel suo silenzio.
La mattina seguente un biglietto posto sul suo cuscino mi presentò la triste realtà: “Mi dispiace. Non sono pronto. Dimenticami. G.” Mi sentii morire. Tutto quello che avevo costruito fino a quel giorno era crollato come un castello di carte. Cosa avrei fatto adesso?
Scelsi la soluzione che credetti più giusta. Un atto coraggioso a detta di molti, ma, per me, naturale: avrei fatto trionfare la vita. Avrei lavorato sodo per garantire una vita adeguata al mio bambino.
Lavoravo tutto il giorno, tornavo a casa distrutta e il giorno seguente ero di nuovo carica. Possedevo un'incredibile forza di volontà, un'incredibile resistenza, per il semplice fatto che fossi una donna. “Donna” che suono melodioso, che creatura straordinaria capace di vincere il dolore, perché se Dio ha voluto che fossimo noi a donare la vita, allora, certamente, saremmo state in grado di sopravvivere a qualunque tipologia di dolore.
Questi ricordi fanno scendere, dai miei occhi, alcune lacrime. Le asciugo col palmo della mano e salgo le scale.
Non appena chiudo la porta di ingresso, Giada corre verso di me. <<Mamma, mamma, finalmente sei tornata!>> <<Amore mio, quanto mi sei mancata. Ti ho portato un regalino.>> Leggo nei suoi occhi felicità e sorpresa. È incredibile quanto somigli a suo padre. Quel padre del quale lei ignora l'esistenza, quel padre che io ho fatto uscire di scena dicendole: <<Purtroppo è morto in un incidente stradale prima che tu nascessi, perciò non ci sono fotografie.>>
La mia bimba scarta il pacco e salta per la casa felice, mentre io con un cenno della mano congedo la babysitter. Adoro indossare i panni della mamma. Stare con mia figlia, giocare con lei, guardare i cartoni animati in TV. Giada si addormenta tra le mie braccia mentre stringe a sé il suo nuovo bambolotto. La metto a letto e pongo fine a un altra giornata.
***********
Giungo a lavoro puntualissima, come sempre. Odio essere in ritardo. Mi organizzo come se fossi una macchina perfetta: la babysitter arriva in anticipo di mezz'ora, le affido i compiti della giornata, saluto Giada, esco di casa, acquisto il solito quotidiano e mi dirigo a lavoro.
Non appena varco la soglia della casa editrice, il mio capo mi accoglie raggiante e con un sorriso a trentadue denti. <<Parteciperemo al “Books event” di Firenze. Si tratta di un'importante vetrina per questa piccola casa editrice pugliese.>> Sorrido anch'io. Ho sempre creduto nell'importanza della diffusione della lettura e nella valorizzazione del patrimonio culturale del Sud Italia, per cui replico con un tono altrettanto raggiante: <<Preparo le valigie per me e la mia bimba.>>
Lui mi guarda sconcertato: <<Non stiamo parlando di un viaggio di piacere.>> <<Sono una madre che lavora e, ripeto, mia figlia verrà con me!>> replico seccata. Se qualcuno osa toccare fisicamente o verbalmente mia figlia, io, sua madre, divento una bestia pronta a difenderla con le unghie e con i denti. <<Laura, ragiona un attimo. Non è un viaggio adatto a una bambina!>>
Non lo sto più ad ascoltare, ormai sono partita in quarta. <<Io sono la madre e io sono in grado di decidere cosa sia meglio per lei. Non la lascerò mai a casa!>> replico urlando <<In alternativa potrei rinunciare al viaggio e restare qui!>> Riesco a tenerlo in pugno. So bene che non accetterebbe mai. <<No>> <<E dunque?>> incalzo e lui cede: <<E dunque portala con te, a patto che la tua figura di madre non abbia il sopravvento.>> Sorrido e concludo dicendo:<<Sono una donna. Possiedo mille risorse!>>
Torno a casa stanchissima a causa dei preparativi per l'evento e annuncio alla mia principessa che partiremo. È incredula. Salta, corre e pensa a cosa portare con sé. <<Amore, verrà anche la babysitter con noi.>> <<No mamma, non la sopporto. Andiamo solo io e te. Sarò buonissima.>> La mamma è sempre la mamma! Mi sento stringere il cuore e cerco di farla ragionare. <<Amore, dai, tu sei una bimba grande... la mamma dovrà lavorare, se no il capo la caccia. Mentre io lavorerò, tu dovrai stare con lei.>> <<Uffa! Non mi vuoi bene!>> Tipico attacco di gelosia. Resto muta. La abbraccio e continuo a preparare la sua roba.
Durante il viaggio in treno Giada non dice una parola. Guarda fuori dal finestrino tenendo il broncio. Soffre in silenzio proprio come una donna. Mi provoca una tenerezza infinita.
***************
Il lavoro in fiera è faticoso. Bisogna essere competitivi, presentare i libri, attirare l'attenzione, essere sempre cortesi e sorridenti. Il nostro obbiettivo è far emergere una piccola casa editrice e lotteremo con tutte le nostre forze per realizzarlo.
La mia cucciola visita Firenze in compagnia della babysitter. Sono una madre tendenzialmente apprensiva e ansiosa. Chiamo la ragazza ogni mezz'ora, cercando di non farmi notare dal capo, le chiedo di non lasciare mai la mano di Giada e le faccio mille raccomandazioni... poverina, non vorrei essere nei suoi panni!
Ogni sera, quando gli stand chiudono e torno in hotel, trascorro ore con Giada. Mi racconta cosa ha visto, mi mostra le fotografie e stasera mi ha regalato una piccola coccinella di legno come portafortuna per il mio lavoro. La ringrazio e le faccio il solletico. Che figlia adorabile!
La fiera sta per concludersi. Il nostro fatturato, inaspettatamente, è ottimo. Il nostro obbiettivo è stato raggiunto. I nostri talenti sono stati adeguatamente valorizzati. La voce della cultura è risuonata e i lettori l'hanno accolta. Mentre brindiamo a questo nuovo e importante successo, vedo un folletto rosso correre verso di me. <<Mamma, mamma>> La babysitter giunge da me col fiatone. <<Non sono riuscita a fermarla, mi scusi se l'ho disturbata.>> <<Nessun disturbo. È stata una bellissima sorpresa!>> Mi inginocchio davanti a mia figlia e le dico: <<La tua coccinella ha portato fortuna, sai?>> <<Evviva, evviva>> esclama saltellando.
È proprio questa l'immagine che resterà sempre viva nella mia memoria. Io, vestita con un serio taiellur, che stringo forte la mia bambina. L'emblema del modo di essere della donna contemporanea: donna in carriera e madre premurosa; donna austera e madre affettuosa. La personificazione dell'essere “meravigliosamente donna”.
Il mio capo ci guarda, mi fa l'occhiolino e sorride teneramente. È lui l'artefice di questa magnifica sorpresa. Persino l'icerberg che vive nel suo ego si è sciolto. Annuisce, perché, in fondo, l'ha capito da sempre quanto fossi una grande donna.
[racconti brevi] - Vorrei qualcosa di... (Monica Coppola)
E' successo per caso.
Come ogni mattina sono scesa alla solita fermata della metro, carica di borse con dentro la mia vita e i miei libri e me lo sono trovato di fronte.Aveva un bel profilo, indubbiamente.
Tutti gli altri andavano di fretta, scalpitavano irrequieti e affannati sulle scale mobili, accompagnati dal brusio incessante dei loro stessi pensieri.
"Se non mi sbrigo arriverò di nuovo in ritardo!"
"Speriamo non piova se no mi rovino le scarpe nuove di camoscio ..."
"Uffa...ancora nessun messaggio. Chiamerà? Non chiamerà?"
"Ho deciso ora vado dal capo e chiedo l'aumento!"
Lui no, non correva affatto.
Con i suoi tratti e colori inusuali se ne stava appoggiato alla parete, immobile e silenzioso.
Sembrava quasi ci guardasse tutti dall'alto in basso.
Indubbiamente spiccava in quella massa che annaspava con il fiato corto già al terzo gradino, tra tutti quegli uomini dalle scarpe lucide ma dai sogni troppo stretti, proprio come il nodo della cravatta.
Lui, invece, era composto ed elegante.
I suoi pensieri non facevano rumore ma, se solo alzavi gli occhi, potevi leggerli in modo chiaro sopra la fronte priva di rughe.
Io continuavo a tenere gli occhi appiccicati su quel bel volto dagli anni indefinibili, a contemplare quel profilo dai tratti sottili, dalle sfumature così simili al cielo fresco di un pomeriggio di primavera.
Sono arrivati e ripartiti almeno una decina di altri treni, hanno scaricato e caricato altrettanti pendolari, con cravatte diverse e nuove scarpe di camoscio, ma io sono rimasta lì, quasi imbambolata, stupita per quell'empatia inattesa.
Mi sono sollevata sulle punte e, in un gesto spontaneo, ho lasciato che le mie dita danzassero tra le lettere che componevano i suoi pensieri, dentro una carezza che nessuno dei due avrebbe mai percepito davvero.
Sotto la sua fronte, protetta dal lucido plexiglass, spiccava in un denso bianco latte l'headline "Vorrei ...qualcosa di stimolante".
E mentre riprendevo il mio posto tra la folla e nelle routine frenetica ho pensato che, quella mattina, il protagonista senza nome e senza volto della nuova campagna affissioni in qualche modo me l'aveva regalata...
©Monica Coppola
sabato 1 marzo 2014
[poesie] - Era poco lo spazio che ci divideva (Loriana Lucciarini)
Io qui, nella mia parte di letto e con un devastante bisogno di te. Tu là, a pochi centimetri da me, pochi centimetri di stoffa di materasso, con i tuoi silenzi e la tua solitudine.
Eppure sarebbe bastato poco; sarebbe bastato allungare la mano per cercarti.
Eppure avrei voluto che questo spazio vuoto diventato voragine lo avessi riempito tu, raggiungendomi. E invece tu non fai niente, ed è la scelta più sbagliata, quella che mi fa più male.
Così rimaniamo a galleggiare in questo limbo rarefatto, senza parole né gesti, senza armonia né unione: io e basta, tu e basta. Due anime e due solitudini a parte. Io qui, dalla mia parte del materasso con i miei silenzi. Tu là, con l'indecifrabile espressione da sfinge, scolpita tra gli zigomi e gli occhi.
Era poco lo spazio che ci divideva, eppure tanta distanza e tanta solitudine lo riempiva. Sarebbe bastato davvero poco per dissolverla, ma non siamo stati capaci e ci siamo ritrovati ad arrancare nella notte più buia e dolorosa di questa nostra storia d'amore.
Eppure sarebbe bastato poco; sarebbe bastato allungare la mano per cercarti.
Eppure avrei voluto che questo spazio vuoto diventato voragine lo avessi riempito tu, raggiungendomi. E invece tu non fai niente, ed è la scelta più sbagliata, quella che mi fa più male.
Così rimaniamo a galleggiare in questo limbo rarefatto, senza parole né gesti, senza armonia né unione: io e basta, tu e basta. Due anime e due solitudini a parte. Io qui, dalla mia parte del materasso con i miei silenzi. Tu là, con l'indecifrabile espressione da sfinge, scolpita tra gli zigomi e gli occhi.
Era poco lo spazio che ci divideva, eppure tanta distanza e tanta solitudine lo riempiva. Sarebbe bastato davvero poco per dissolverla, ma non siamo stati capaci e ci siamo ritrovati ad arrancare nella notte più buia e dolorosa di questa nostra storia d'amore.
©Loriana Lucciarini, "Little Thoughts/short stories"
[racconti brevi] - Gioventù (Arianna Berna)
Negli occhi ancora l’acqua cristallina, il sapore di salso sulle labbra, l’odore inebriante della macchia mediterranea che stordisce la mente.
Affacciata al balcone rievoco le immagini della giornata appena trascorsa, i bagni al mare, il sole, la pelle dorata dell’amore. Non abbiamo litigato nemmeno per cinque minuti, come invece accade spesso in questo periodo. Mi sento ottimista, una sensazione positiva scalda il cuore, sono sicura che andrà meglio. Dopo tutto l’amore vince ogni avversità, giusto? Almeno questo è quello che ho imparato dai film alla televisione che sono, per il momento, il mio unico metro di paragone, perché, a sedici anni compiuti il mese scorso, di esperienza in amore ne ho ben poca.
Gli occhi si sono abituati all’oscurità, ma persa nelle mie paranoie non vedo nulla e non sento il brusio della gente di questo piccolo paese in riva al mare che di sera prende vita e si trasforma.
La domenica di ferragosto è passata e domani ricomincia la noia del lavoro.
Inizio a pensare che sia stato un errore accettare quest’impiego stagionale, anche se all’inizio ne ero entusiasta. Già dopo un paio di settimane, cominciavo a sentire la fatica e la noia della routine. I miei mi ripetono di tener duro e che i soldi che sto guadagnando in questa stagione faranno la differenza quest’inverno. Però l’estate sta passando e sinceramente ne ho già le scatole piene di piegare magliette, mettere a posto infradito e di avere tutte le sere occupate. Questa sera è stata un’eccezione, il negozio è rimasto chiuso la mattina e il titolare, Giannino, mi ha concesso di prendere una pausa per la serata. Ho il sospetto che più che bontà d’animo, ci sia stata la voglia di risparmiare i soldi di straordinario festivo che avrebbe dovuto pagarmi, ma non importa. Importa che sono riuscita a stare sola con Mattia.
Ridacchio al pensiero di Giannino alle prese con più clienti. Lo immagino con il suo fare distinto elogiare signore dai sederi e pance strabordanti nei jeans avvolgenti che di solito propone, quelli che vanno in questo periodo, stretti da strizzare anche una taglia 40. Giannino non sembra uno sciocco eppure è convinto che le clienti siano tutte delle fesse, mentre per me se un capo sta male, sta male e basta, se ne accorgeranno anche loro. Quante volte Giannino mi ha ripetuto “Bambina mia, devi dire che non sta male, stanno bene, devono stare sempre tutte bene con i nostri articoli!” .
Lo immagino destreggiarsi fra gli scaffali dispensando sorrisi ipocriti mentre passa le mani nei capelli, con insistenza da tic nervoso. Capelli grigi di media lunghezza, fisico asciutto e occhi grigi. Da giovane deve essere stato anche un bell’uomo e, da come lo guardano le clienti, credo che anche adesso abbia il suo fascino. Giannino non mi fa nessun effetto, solo il fatto che abbia l’età di mio padre è un deterrente sufficiente.
La girandola dei pensieri di ferma di scatto, possibile che pensi al lavoro anche nell’unico giorno di ferie che mi sono concessa da giugno? Questa non è vita, per fortuna settembre è alle porte. Non ho mai desiderato l’autunno come quest’anno.
Da quando ho iniziato a lavorare ho anche iniziato a litigare con Mattia, perché mentre mi spacco la schiena in negozio, lo vedo fare il bullo nella piazza con gli amici e ogni santa volta mi arrabbio da morire. L’ho anche visto fare il cretino con Maria, proprio quella che non sopporto. Quella sera ero inquieta, una serie di circostanze mi avevano messo di cattivo umore e Mattia il pomeriggio era stato sfuggente più del solito. Approfittando di un momento di pausa del turno serale, sono andata a cercarlo e l’ho trovato seduto sul muretto dietro la piazza che chiaccherva con Maria. Toppo vicini. Ho fatto un urlo e l’ho chiamato, mi sentivo come un serpente nella pancia. La bionda e bella Maria era fuggita ridacchiando, mentre Mattia aveva una faccia strana. A Maria caverei gli occhi. E’ è da quando siamo bambine che cerca di calpestare la mia erba. Prima le gare per chi aveva la Barbie più bella, poi le sfide di danza che vinceva sempre, visto che era snella ed aggraziata. Con quegli occhi da gatta morta è sempre riuscita ad imbambolare chiunque,tutti, tranne me. Infine ha iniziato a girare intorno a Mattia dal primo giorno in cui ci siamo fidanzati, sono sicura per il solo gusto di prendere ciò che è mio.
Sono già le undici di sera ed è ora di andare a dormire. Mando un messaggino a Mattia per augurargli la buona notte e incredibilmente sento il trillo del suo cellulare proprio nella strada sotto il mio balcone. La luce nella mia stanza è spenta e non è facile scorgerlo.
Stringo gli occhi a fessura e per una attimo sto per esultare nel chiamarlo ma mentre sto alzando la mano, quello che scorgo dalla penombra mi ferma.
Mattia è distante da me una trentina di metri, legge il messaggio dal cellulare con il display illuminato e lo ripone in tasca senza rispondere, ricominciando a parlare con qualcuno che gli sta di fronte. Non riesco a riesco a sentire cosa si dicono, anche se la conversazione è fitta. E’ strano quando mi ha salutato poco meno di un’ora fa aveva detto che sarebbe andato a letto presto, eppure è ancora in giro e proprio sotto la mia finestra. Nel suo comportamento c’è qualcosa di sospetto. Più silenziosa di una gatta, esco di casa e mi avvicino rasente il muro, quanto basta per riuscire a percepire almeno qualche parola. Quello che sento, detto dalla stessa voce che questo pomeriggio mi aveva coccolato con dolci parole, mi fa gelare il sangue “E’ solo questione di tempo”. Lo vedo incurvarsi, piegandosi in un abbraccio che conosco fin troppo bene, peccato però che adesso stia avvolgendo qualcun'altra. Pietrifica, mi chiedo se gli occhi mi stiano giocando un brutto scherzo. Non può essere vero. Sta baciando un’altra sotto la mia finestra? La voce dell’odiata rivale di sempre fornisce la risposta “Perdonami, non avrei dovuto seguirti, ma non resistevo all’idea di saperti con quella”.
Sarei tentata di fare una strage, vorrei dare sfogo agli istinti primordiali urlando come una pazza isterica degli insulti, che già fioccano in mente. Però le gambe non si muovono e la lingua tace. Tutto immobile, tranne loro, che si baciano senza pudore, ignari della mia presenza.
Passato il momento di disgusto, decido di rientrare in casa, lasciando gli amanti alle loro effusioni. Salgo in camera ma non resisto alla tentazione di inviare un sms di addio a Mattia, ironico e tagliente. Questa volta però non resto alla finestra a vedere la sua faccia mentre lo legge, chiudo le imposte e spengo il telefono, mentre lacrime di dolore mi solcano il viso. Addio mio infedele amore.
La mattina dopo trovo una busta con il mio nome infilata sotto la porta di casa, il telefono non l’ho ancora acceso e non lo accenderò per tutto il giorno. Straccio la busta e mi dirigo verso il lavoro, per fortuna che c’è il signor Giannino e questo lavoro a tenermi occupata e lontana dalle persone che non mi meritano.
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