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mercoledì 2 settembre 2015

[ritratti] - Becoming writer… Diventare scrittrice (II parte - di Loriana Lucciarini)

Le fasi


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Scrittore Amatoriale
amatoriale – a·ma·to·rià·le
aggettivo
Attività svolta per puro diletto; nello sport, dilettantistico.

  1. Scrivete tanto e vi ritrovate a farlo spesso
  2. Avete fantasia e vi siete dilettati a scrivere storie e racconti
  3. Avete deciso di dedicarvi a quest’arte in modo più approfondito
  4. A questo proposito è necessario leggere tanto, perché si impara molto e si acquisisce bagaglio tecnico indispensabile. E’ fondamentale. Se non lo fate lasciate perdere qualsiasi ambizione letteraria, fermatevi al punto 2 e cambiate hobby.
  5. Dopo aver provato vari generi letterari ed esservi cimentati in vari scritti analizzateli in modo critico
  6. Leggete manuali o frequentate un corso di scrittura, utile a capire i vostri errori, necessario per migliorare
  7. Scrivete in modo continuativo e organizzato, a mo’ di allenamento.
  8. Ragionate sulla tecnica e imparate a migliorarla, per capire i punti deboli.
  9. Iniziate a scrivere e organizzare i pensieri in forma organica, per dar loro un corpo (romanzo, racconto eccetera).
  10. Fate leggere a qualcuno i vostri scritti. Per molti scrittori questo è uno scoglio quasi insormontabile e va rimosso. Anche per me lo è stato, perché la difficoltà stava nel “farmi leggere” (visto quasi come uno “svelamento” di me). Se non si supera questa fase è certo che si rimane al punto di partenza e non si va da nessuna parte. Quindi, occorre lavorarci su, altrimenti fermatevi qui e dedicatevi alla scrittura solo per voi stessi, la vostra passione rimarrà scrivere ma in modo, appunto, amatoriale, quasi come dedicarsi a un hobby.


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Aspirante scrittore
aspirante – a·spi·ràn·te/
aggettivo e sostantivo maschile e femminile
aggettivo: Che ambisce a qualcosa (anche + a ).
  1. Siete qui? Bene, a questo punto potete definirvi “aspiranti scrittori”. Attenzione: essere aspiranti è pericoloso. Potete rimanere in questa posizione per tutta la vita, se non vi decidete a compiere i passi fondamentali, che portano a superare le barriere psicologiche che vi frenano (la paura di non farcela, la paura del rifiuto, il venir valutati). Perché si rischia di rimandare sempre il momento di mettersi alla prova, trovando anche giustificazioni che sembrano reggere. In fondo è comodo poter dire “aspiro”, anziché “ci ho provato e mi è andata male”. Quindi prendete coraggio, andate avanti e scrivete la vostra opera, quella che volete che gli altri leggano, quella che diventerà il vostro libro. Si metta seduto chi di voi si vuol fermare qui, nel limbo del “vorrei ma non posso”. Chi è ancora in piedi mi segua, si passa al punto 12…

     
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…Aspirante scrittore che ci prova, davvero
  1. Uh! Siete ben determinati, a quanto pare! Benvenuti, siete pronti al grande salto? :-) Eh già, perché quando il frutto del vostro lavoro è pronto si passa all’invio alle case editrici per la valutazione per l’eventuale pubblicazione. Questa è la prima grande prova per un aspirante scrittore perché spesso comporta la delusione del silenzio (le case editrici non si fanno sentire), l’amarezza del rifiuto (ci sta tutto, anche se avete scritto un capolavoro, quindi non demordete!) e l’ansia dell’attesa. Ma se arriva, quando arriva, la risposta positiva da parte di una casa editrice, allora tutte le difficoltà svaniscono e nuova energia è già incamerata per affrontare i passi successivi.
  2. Una casa editrice vuole pubblicarvi. Adesso è il momento di mettersi a tavolino e valutare bene la loro proposta editoriale. Non sempre è buona, anzi spesso è ammaliante ma piena di insidie. Ci sono molti editori che speculano sui sogni degli aspiranti scrittori e mettono clausole truffaldine all’interno del contratto editoriale. Ci sono editori che fanno ancora peggio: chiedono dei soldi per pubblicarvi. Non cadeteci. Non date retta alla voglia di dire “ce l’ho fatta”. Nessun editore serio chiede soldi ai propri scrittori. Un editore onesto, che è tale, investe su di voi perché ci crede e ritiene valido ciò che avete scritto. Semmai è lui che vi paga, non il contrario. Quindi, seppur a malincuore, iniziate a rifiutare proposte editoriali poco chiare e aspettate, con pazienza. Se il vostro romanzo è un buon romanzo riceverete una proposta degna. A tal proposito vi ricordo che basta fare una rapida ricerca su internet per trovare le case editrici più indicate per la vostra opera (basta guardare il loro catalogo per sapere se ciò che avete scritto è in linea con le loro pubblicazioni, per i più pigri guardate questo link) e quali sono quelle considerate a pagamento o a doppio binario. Escludendo queste ultime, sarete in grado di indirizzare il vostro scritto a chi veramente potrebbe essere interessato.
  3. Detto questo, se il contratto che vi propone l’editore è per voi buono e avete firmato, potete ritenervi soddisfatti e orgogliosi: in questo momento non è affatto facile trovare una casa editrice che decide di investire su un esordiente, soprattutto se lo fa onestamente. Potete quindi essere fieri di voi stessi!

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Scrittore Esordiente
esordiente – e·ṣor·dièn·te/
aggettivo e sostantivo maschile e femminile
aggettivo
Che è agli inizi di una carriera o di una professione.
sostantivo maschile e femminile
Chi affronta per la prima volta un certo tipo di attività (spec. artistica e sportiva) nei confronti della quale ha grande importanza il giudizio del pubblico; debuttante.
  1. Bene, avete firmato per la pubblicazione! Complimenti: a breve sarete scrittori esordienti. Da questo momento inizia il lavoro di preparazione per la pubblicazione della vostra opera e saranno necessarie riletture dei testi, editing, contatti con l’editore, correzioni e riletture fino allo spasmo. L’ansiosa attesa, condita da paranoie di qualsiasi tipo (dall’impaginazione ai colori di copertina, dalla rilegatura al controllo ossessivo delle “d” eufoniche o dell’esatta corrispondenza dei numeri di pagina dell’indice) che vi accompagnerà fino dell’uscita ufficiale del vostro libro. Da lì altre ansie vi terranno compagnia per i mesi a seguire: l’ansia per le presentazioni, per le domande dei lettori, per i dati di vendita. I più bravi imparano a conviverci, gli altri – beh, s’arrangiano come possono (vi consiglio la meditazione). Saranno mesi infernali, ma voi già siete preparati a questo (ve lo sto dicendo io!) e tutto ciò non vi spaventa (forse) o comunque il vostro sogno è più importante.
  2. Finalmente esce il vostro libro e l’emozione sarà indescrivibile! A questo punto siete entrati di diritto tra gli scrittori esordienti, complimenti!
  3. Una volta pubblicato il libro va venduto. Il vostro editore si occuperà di questo, ma voi dovrete fare la vostra parte, attivandovi per presentazioni, serate letterarie, reading, giveaway, blogtour, interviste e altre iniziative utili a farvi conoscere e a vendere i vostri libri. Più darete il vostro contributo più tutto questo sarà anche a vostro vantaggio. Siate umili e datevi da fare: anche se il vostro è un capolavoro, siete praticamente degli sconosciuti e dovete fare in modo che il mondo possa leggervi! :-)

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Scrittore Emergente
emergente – e·mer·gèn·te/
aggettivo e sostantivo maschile e femminile
aggettivo
Che affiora o esce da uno specchio d’acqua (anche + da ).
aggettivo
Che viene imponendosi come elemento nuovo e importante di una particolare situazione o realtà.
  1. Ma bravi! Ce l’avete fatta! Da questo momento in poi anche il vostro status di scrittore cambia: da esordiente ci si trasforma in emergente. Che vuol dire che, da ora in poi, se non vi impegnate, nulla verrà a voi in modo spontaneo e gratuito – purtroppo la vita è avara di botte di fortuna! -. Occorrerà quindi tutta la vostra dedizione, lavoro, disponibilità, tempo e ancora tanto lavoro, per continuare a percorrere questa strada. Significa che non vi dovete fermare, che dovete continuare a scrivere e magari pubblicare un altro romanzo, che dovete farvi conoscere e dovete incontrare nuovo pubblico e ipotetici futuri lettori, allo scopo di avere un nome che “gira” e che inizia a essere conosciuto. Perché emergente significa anche spiccare, uscire fuori, dalla massa indistinta di autori esordienti…

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Scrittore Affermato
affermato – af·fer·mà·to/
aggettivo
Che ha avuto un notevole successo, che si è imposto all’attenzione o al gradimento generale.
19.
Da questo punto in poi tutto diventa complicato e, purtroppo, molti si fermano. Perché se non è facile emergere, ancor più difficile è affermarsi. Chi ci riesce è fortunato. O è stato molto oculato nelle scelte o ha avuto l’intelligenza per muoversi bene. Non c’è ricetta, non ci sono strategie consolidate, tutto dipende dai lettori e dal mercato. Se siete tra gli autori che iniziano ad avere un nome, di quelli che vengono contattati dai giornali per delle interviste, di cui parlano tv e giornali, che presenziano a premi letterari o altro, allora siete diventati scrittori affermati… bravi!

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Scrittore Famoso
famoso – fa·mó·so/
aggettivo
Universalmente noto per l’eccezionalità degli aspetti positivi o negativi che presenta.

  1. Eccoci alla fase finale. Un posto nell’Olimpo della letteratura: scrittore famoso. Se non vi siete montati la testa, avete continuato a lavorare come matti, non avete avuto passi falsi, la vostra scrittura è stata in grado di catturare l’interesse di tanti lettori, i vostri romanzi continuano ad avere fascino e ottimo livello qualitativo, allora è probabile che siete diventati scrittori famosi. Questo è il sogno di tutti ma va ricordato che, purtroppo “uno su mille ce la fa” e a volte i dati sono ancora più sconfortanti. Chi non è disposto a lavorare duramente, a sacrificarsi, a non cedere allo sconforto, ha già le carte in regola per essere tra quello sparuto gruppo di scrittori che può testardamente cercare di provarci. Per i meno motivati è ovvio il consiglio di lasciar stare. Per tutti gli altri, è utile ricordare che spesso impegno e costanza non danno i loro frutti, imparate quindi ad apprezzare ciò che il vostro impegno ha saputo realizzare, senza angustiarvi se quest’Olimpo è precluso a voi. Non è rassegnazione ma è il giusto modo di vedere la cosa, soprattutto per vivere una vita serena, senza rosolare nell’invidia verso chi – invece – ce l’ha fatta. Il successo può essere questione di talento o questione di fortuna. Inutile accanirsi contro chi ha potuto usufruire di uno di questi due elementi per avercela fatta, direi. Anzi, a chi di voi è arrivato qui dico: ricordatevi di me che vi ho accompagnato in questo viaggio! :-P

©Loriana Lucciarini

lunedì 3 agosto 2015

[ritratti] - Becoming writer… Diventare scrittrice (I parte - di Loriana Lucciarini)

Una carriera in salita, fatta di fasi, errori, step e… determinazione!

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Scrivere fa parte di me, da sempre.

Fin da piccola ho privilegiato la forma scritta ad altre espressioni comunicative perché ho trovato il modo giusto che mi offre l’opportunità di esprimermi attraverso le parole.

Scrivendo penso e trovo la giusta locuzione che riesce a dare forma a pensieri, concetti, idee.

E poi sono una grafomane accanita: scrivo ovunque (sulla metro, sul tram, mentre sono in attesa alla fermata, in mezzo alla confusione o nel silenzio più assoluto), su qualsiasi superficie (post-it, blocchetti per appunti, retro di volantini o fazzoletti di carta… addirittura sui muri – ma questo a fini decorativi per la mia casa, of course!), qualsiasi cosa (dalle liste della spesa, all’abbozzo di idee, da organigrammi organizzativi a versi di poesia)… Insomma, son così! So per certo che molti si riconoscono in queste piccole descrizioni, ma – c’è da dirlo – non è questo a far di un grafomane incallito uno scrittore.

Nel mio caso c’è la spinta a voler trasporre per iscritto emozioni e immagini, a riuscire a trasmetterle e a saper raccontare storie. Poi, magari, c’è anche il talento (spero!),

Negli anni hanno preso vita i miei libri: poesia, racconti, romanzi, avventure per ragazzi… dietro ognuno di questi piccoli volumi c’è tanto lavoro, passione e la spinta di un sogno: diventare scrittrice.

Un sogno difficile: servono determinazione e sacrificio, per realizzarlo, per superare tutte le difficoltà.

Io sono consapevole del percorso arduo che ho voluto intraprendere e con tenacia vado avanti. Per ora sono allo stadio di scrittrice esordiente, a marzo infatti uscirà il mio romanzo “Il cielo d’Inghilterra” edito da Arpeggio Libero.

Se entrerò nel cuore dei lettori mi si apriranno ulteriori percorsi e ogni passo avanti sarà considerato da me un grande successo! Spero, cari followers che voi mi aiuterete in questo! :-D

Se come me anche, voi siete appassionati di scrittura e ambite a diventare autori, nelle prossime pubblicazioni vi dirò cosa dovete sapere, questo perché amo condividere e poi – beh, lo sapete già – adoro scrivere! :-P

(copyright Loriana Lucciarini - tutti i diritti riservati)

mercoledì 1 luglio 2015

[ritratti] - TIMORI, TREMORI E TREPIDAZIONI di un’esordiente sull’orlo del debutto #2


(parte 2) 



Venerdì, 15 maggio: -1 al Viola Day

Ore 17.00

Francesca dorme beata come un angioletto e io non posso crederci.
Uno perché detesta i pisolini come i carciofi lessi e due perché inizio a pensare che il mio discorso abbia effetti soporiferi. Il che, a meno di quattro ore dalla presentazione in Sala incubatore, mi inquieta un tantino.
«Francy! Sveglia!», la scuoto preoccupata, «Ma che fai dormi?»
«No, no… ti sto ascoltando…» biascica lei senza nemmeno aprire un occhio. Io spengo la tv e lei si gira, beatamente, dall’altra parte. Ormai quello che è fatto è fatto. Tra due ore verranno a prendermi ed è ora di sistemare il look.
Guardo la minacciosa guaina super modellante che ho acquistato completamente sedotta dall’invitante claim “Due taglie in meno in due minuti” e penso che se la indosso rischierò l’iperventilazione.
La rimetto nel cassetto confidando nella rassicurante inquadratura a busto garantita dal tavolino di protezione dietro cui parleremo.
Indosso il vestito con le farfalle bianche e rosa che penzola dall’armadio in attesa del suo momento e quando guardo l’effetto finale gli angoli delle labbra si piegano all’ingiù. L’ho provato e riprovato, eppure non mi piaccio per niente!
Il giubbottino mi insacca e mi scalda, ma con le spalle scoperte mi sento a disagio.
«Basta! Vado in jeans!», impreco a me stessa, «Almeno sono più naturale.»
«Ma se tu i jeans non li porti mai!» Francesca, che nel frattempo è riemersa dal suo letargo, mi osserva incuriosita
«E non importa! Inizio da stasera.», ribatto con la testa dentro l’armadio, «Adesso ne trovo un paio e…»
«Hai comprato almeno tre vestiti diversi. Ci rompi le scatole da mesi con ‘sta storia. E se adesso vai in jeans papà ti uccide. E anche io.» mi minaccia pacatamente.
In quel momento mi ricordo dell’abito a fiori e tulle che abbiamo scelto insieme la domenica prima. Era stato amore a prima vista e tanto ho fatto che me lo sono portato a casa.
«Che ne dici di questo?»
«Dico che tra mezz’ora ti vengono a prendere e sei ancora in mutande. Vedi un po’ tu…»
Sbircio l’orologio ed ho un brivido. Infilo l’abito e allaccio i sandali, trampolando e ticchettando fino al bagno. Ripasso la piastra, spennello la cipria, mordicchio le labbra, lotto con il piegaciglia. E poi basta, decido di non guardarmi più.
La parola d’ordine non è perfezione ma naturalezza, spontaneità.
Intanto il citofono suona. Apro e qualche istante dopo sono sommersa dagli amici e da una cascata di fiori viola. No ragazzi, così non vale…
Non capisco più niente. Il cuore impazzisce, il cervello anche, il mascara, irrimediabilmente, cola.
Mi ritrovo nell’auto in direzione Salone e penso che se la felicità ha un profumo, credo sia un misto di viola e di vaniglia.

Ore 20.30

Finalmente ci siamo tutti.
Gli attori che daranno vita alle pagine del romanzo, Gessica che è appena arrivata da Marsiglia, la mia editrice Anna Sophie e Maria Teresa che, suo malgrado, è stata coinvolta in questo sorprendente e disordinato caos come illustratrice e come amica. Proviamo a coordinarci e a dominare le emozioni. Gessica e gli attori sono assolutamente tranquilli.
Io, Mary ed Anna Sophie pagheremmo per scappare all’istante.
Mentre sono concentrata vedo un volto familiare, anzi tre avanzare con aria minacciosa nell’angolo remoto in cui ci siamo rifugiati per trovare un momento di tranquillità prima del debutto.
A passo deciso, quasi sommerso da un plateaux di viole del pensiero, mio marito avanza verso di noi, seguito a ruota da mia madre e da mia figlia Francesca che invece si guarda intorno curiosa alla ricerca di qualche vip di passaggio con cui farsi un selfie.
Impettito nel suo abito della festa, a cui chissà perché ha abbinato un giubbino antipioggia che si ostina a tenere nonostante l’effetto serra da salone, piomba nel bel mezzo delle nostre prove, piazzandomi le violette sotto al naso, «Ti stiamo cercando da un’ora! Ti ho fatto decine di chiamate!»
Io guardo quello che fino a poche ore prima è stato un paziente e amorevole marito e che ora ha assunto le sembianze di un Fioraio Furioso, restando senza parole.
Gli altri cinque paia di occhi oscillano dalla sottoscritta all’avatar del mio coniuge.
Immancabile, colossale, indimenticabile, figura di cacca.
Lancio uno sguardo d’intesa a Francesca che mi sembra l’unica calma perché mia madre nel frattempo , dopo avermi indirizzato un veloce saluto, è accorsa allo stand di fronte tentando di accaparrarsi una borsa in rafia omaggio.
Dopo aver reindirizzato il mio parentado verso la Sala Incubatore, riprendiamo da dove eravamo stati interrotti. I tempi sono strettissimi, manca un microfono e il panico rischia di prendere il soppravvento.
Gessica mi aveva preparato al caos e agli intoppi tecnici del Salone ma, dal vivo, è tutto diverso.
Mentre avanzo verso la Sala Incubatore, mi ricordo le parole di ieri «È una festa, un momento di gioia. La realizzazione di un sogno.»
Intravedo alcuni volti amici, vorrei già fermarmi ad abbracciare e chiacchierare ma non c’è tempo.
La sala si sta riempiendo. Le persone care hanno mantenuto la parola e sono tutte qui con me.
Sento la loro energia, l’affetto. Non lo dimenticherò mai.
Ma ci sono anche delle blogger, alcuni incuriositi dalla folla ed altre persone che non conosco.
Ripenso a questi tre anni di fatica, di passione di tenacia. A chi è seduto accanto a me ed ha dato un contributo indispensabile per trasformare la mia idea in un romanzo vero.
A Gessica che mi ha accompagnata facendo germogliare la mia idea.
A Maria Teresa che ha disegnato la copertina, la locandina, le cartoline i segnalibri e che fa tutto al solo prezzo della nostra amicizia.
Ad Anna Sophie di Booksalad che si è presa il rischio di investire in una perfetta sconosciuta molto chiacchierona, piombata al Salone con il suo manoscritto.
Le luci si accendono ed illuminano le copie del romanzo disposte accuratamente accanto a noi.
Ho quasi l’impressione che Viola dalla copertina mi strizzi l’occhio per dirmi che è pronta al debutto. Vuole uscire dal cassetto. Vuole farsi leggere.
Non mi ricordo più un’acca delle tecniche antipanico e di dizione, sono già a salivazione zero ed ho le mani ghiacciate.
Mi guardo intorno. Respiro il brusio di trepidazione, inspiro l’aria di felicità e sorrido.
Adesso sono pronta anche io.



©Monica Coppola


venerdì 5 giugno 2015

[ritratti] - TIMORI, TREMORI E TREPIDAZIONI di un’esordiente sull’orlo del debutto (Monica Coppola)



 Venerdì, 15 maggio:  -1 al Viola Day



Ore 7.30

Mi sveglio sotto un cielo minaccioso e plumbeo. Con aria crucciata preparo la colazione, afflitta da interrogativi ansiogeni assortiti.
«E se domani piove?» mi ritrovo a domandare ad alta voce.
Mi rispondono i silenziosi sguardi d’intesa, impastati di sonno e sopportazione, delle mie figlie che ormai non mi reggono più.
Francesca, la maggiore, tuffa un taralluccio nel latte e alza le spalle: «Che ti frega tanto sei al chiuso.»
«Eh ma ho i sandali! Forse dovrei mettermi le All star...», affermo già piena di ripensamenti.
Sono in pieno loop da pre-debutto, completamente succube della perenne indecisione e dai cambi di umore piuttosto repentini.
«Se piove ti copri con il mio ombrello di Peppa Pig» suggerisce generosamente Chiara, la minore.
Visualizzo una proiezione mentale in cui incombe la tempesta ed io annaspo verso il Salone con un vestito a fiori e i capelli irrimediabilmente crespi, riparata soltanto da un minuscolo ombrellino a porcelli. I bodyguard all’ingresso mi osservano, sghignazzano e si rifiutano di farmi entrare.
La truce visione mi fa diventare pallida come il latte ad alta digeribilità in cui Chiara, con un misto di sadico divertimento, sta shakerando uno sventurato frollino da almeno quindici minuti.
Francesca percepisce il mio terrore, smanetta sul suo smartphone e mi rassicura.
«Dai mamma non pioverà! Guarda, su meteo.it danno ventotto gradi domani.» e mi passa sorridente un biscotto scacciapensieri.
«Ventotto gradi?» domando sbriciolando il dolcetto dalla tensione «Ma io ho il giacchino in ecopelle! Morirò dal caldo!»
Al flash precedente se ne sostituisce un secondo in cui ci sono io paonazza dietro ai microfoni, che zampillo come un boccione dispenser di acqua microfiltrata. «Impossibile. Tu non sudi nemmeno quando facciamo X tempo Energy.» asserisce sicura Francesca sistemandosi lo zaino sulle spalle.
In effetti non ha torto. Nonostante sgambetti come un’ossessa pur di bruciare qualche caloria le mie magliette restano sempre semi intatte. Tanto che la mia insegnante mi ha vivamente consigliato uno due fiaschetti di diuretico prima e dopo i pasti.
«Sei in una botte di ferro mamma. Tranquilla!» Francesca mi lancia un bacio, ruba un mini muffin alla sorellina e svanisce, accompagnata dal primo minaccioso e roboante tuono.
Tranquilla un ciufolo…




Ore 13.30

Per evitare che la mia mente proliferasse nel generare proiezioni nefaste legate all’imminente debutto, mi sono tuffata nelle pratiche da ufficio. La mattina è volata veloce ed ora devo precipitarmi a raggiungere Mary, la fata madrina di Viola, per sistemare le ultime cose.
Ho già evitato il temporale e preso un tram al volo e sono moderatamente ottimista.
Ma a tre fermate dall’arrivo, alla vettura girano i circuiti, e così succede che si ferma e dobbiamo scendere tutti.
Camminare non mi spaventa ma oggi purtroppo ho i tacchi – giusto per ammorbidirli e fare prove di equilibrio – due enormi shopper imbottite di gadget racchiusi in conetti cartone profumato alla vaniglia e violetta, un trolley con alcune copie del romanzo e un sacchetto bio con kiwi e gallette.
Appena scendo, la tempesta si scatena, nemmeno fossi nella foresta pluviale.
Accelero il passo e impreco mentre mi sale uno strano solletico alla gola, accompagnato da qualche colpetto dispettoso di tosse.
Sarà l’affanno, penso tra me, mentre inzuppata e carica vado avanti.
Raggiungo casa di Mary annaffiata, ma con libri e scatoline miracolosamente in salvo.
Mentre le racconto l’accaduto sento che il mio tono di voce si abbassa.
Pericolosamente.
Deglutisco e raschio la gola un paio di volte.
«Sto… perdendo la voce…» sibilo terrorizzata.
«No eh!», Mary sgrana i suoi grandi occhi nocciola, «Non fare scherzi!»
Il mio cervello ne approfitta per regalarmi un nuovo cortometraggio in cui questa volta i capelli sono a posto e i bodyguard gentili, ma io sono completamente afona, davanti a un pubblico che mi osserva curioso.
«Stai ferma lì, non parlare, non respirare, non fare niente» mi lancia un asciugamano e inizia a tirare fuori caramelle balsamiche, miele e tisane.
Il campanello suona. È il nostro amico attore che ha avuto pietà dei nostri sms di supplica e viene a darci due dritte su come parlare in pubblico senza tirare le cuoia.
Dice di non preoccuparmi per la mia voce perché domani sarà forte e chiara.
Mi scolo due tazze di tisana e ascolto con attenzione. Mary a titolo precauzionale accende un deumidificatore, due bacchette d’incenso e una candela votiva. Almeno dove non arriva la medicina magari provvede la grazia divina. Non si sa mai. E in questa cornice surreale, tra suoni gutturali , parole sparate a raffica, vocali troppo aperte e bocca troppo chiusa, svolgiamo la nostra prima lezione di public speaking.

Ore 19.30

La voce sta tornando quasi normale. Per non rischiare Mary mi ha imposto una delle sue sciarpe di pura lana che ora porto avvolta al collo. Piccola nota dolente: in mezzo giro di lancetta lunga, siamo passati da meno diciotto a ventotto gradi. E mi trovo in un bus surriscaldato poiché, inspiegabilmente, un terzo della popolazione torinese al posto di andare a fare l’happy hour ha deciso di salire sul 2. E ora siamo qui tutti insieme, ammassati appassionatamente.
Io sto praticamente baciando la timbratrice elettronica e intanto cerco di proteggere le scatoline da pressature ed urti che potrebbero rivelarsi fatali. Ogni tanto tuffo il naso dentro per aspirare il buon profumo di vaniglia e violetta e mi rassereno.
Mi sa che Elena, la ragazza del bioshop che li ha confezionati per me, deve averli intinti anche nei fiori di Bach per alleviare la mia ansia che trapelava perfino dalle mail che le ho inviato a raffica.
Credo che gliene sarò grata a vita. A lei come a tutti quelli che stanno sopportando e supportando il mio sclero in questa magnifica ma terrorizzante avventura.
Sta già per scapparmi la lacrimuccia ma poi il bus si ferma alla mia fermata e io devo raccattare tutte le mie cose e scendere. Prima di essere travolta dalle emozioni che già mi solleticano il cuore e la gola.

Sabato 16 maggio: Il Viola Day!

Ore 8.00

Morfeo ha avuto pietà di me, facendomi ronfare beata tutta la notte.
Anche il mio amorevole marito è sorpreso dalla cosa, ma soprattutto ha evitato almeno per una notte, le consuete quattro mappine che gli rifilo per tentare di interrompere le sue esibizioni di russo notturno in la e fa maggiore.
Fuori c’è il sole, io ho un sorriso stile paresi e sono in fibrillazione.
Faccio un paio di vocalizzi test per capire la situazione: la voce traballa un po’ e sono già in astinenza salivare ma posso farcela.
Faccio il primo shampoo della giornata (ne seguiranno altri due) e spezzetto un muffin con aria sognante mentre il batticuore incalza. Sono un amalgama di emozioni sfaccettate e contrastanti.
Ho voglia di saltare di gioia e anche di piangere a dirotto.
Del resto è un giorno troppo importante, quello che aspettavo da una vita intera.
Tampono mascara e lacrimuccia sfuggente, ripasso il gloss, indosso il giubbotto ciclamino, attacco il pass di accredito alle maglie della maxi collana e salto sul mio arrugginito Doblò in direzione Salone del Libro, trepidante verso le prime sorprese del Viola day.

Ore 10.00

Non ci posso credere, sono arrivata puntuale! Ho il mio pacco di biscottini torinesi che non vedo l’ora di far assaggiare alle blogger del gruppo “Lettrici Geograficamente sparse.”
Anche perché hanno fatto degli incastri pazzeschi e si sono svegliate all’alba per venirmi a salutare in Booksalad prima di dare il via alla maratona di libri e presentazioni.
E io sono strafelice.
In questi giorni ci siamo wathsappate a manetta ed ho ricevuto dosi maxi di entusiasmo e affetto. Adesso ho una voglia matta di dare un volto e diversi abbracci a queste amicizie sbocciate sui social. Vedo tre paia di All star avanzare verso lo stand ed esulto infischiandomene del bon ton torinese.
Sbricioliamo sorrisi e biscotti, ci scambiamo doni, libri, segnalibri,selfie e bigliettini.
Per loro è la prima volta al Salone tutte insieme come blogger.
Per me è la prima volta come autrice. 
Credo che conserveremo tutte questo momento nella scatola dei ricordi preziosi.
Ci salutiamo con la promessa di nuovi incontri.
I visitatori iniziano ad affluire, qualcuno prende in mano il mio romanzo, lo commenta, lo sfoglia.
Livio ed Anna Sophie, i miei editori, mi presentano come l’autrice e io saluto con entusiasmo. In realtà vorrei accucciarmi tra gli scatoloni sotto lo stand. O anche solo scappare dalla prima uscita di sicurezza. Però non lo faccio.
Perché solo in quel momento, quando vedo persone che non conosco comprare Viola o chiedermi delle curiosità sul romanzo, mentre vedo i miei editori che raccontano la trama, mi rendo conto che, cavoli, sta succedendo davvero!
Però la mia pancia si arrovella come un involtino primavera.

Ore 15.30

Dopo una tappa obbligatoria dall’ estetista per debellare eventuali cenni di irsutismo e dal fidato Maestro di Haute coiffure, che ha lottato a colpi di piastra e brush per domare il mio carré, sono di nuovo a casa. Sto bene, se non fosse per un allegro trio di polpette alle melanzane che mi fa girotondo nello stomaco. Non dovevo, lo so. Il saggio amico attore mi aveva vivamente raccomandato di fare solo un pasto leggero. Ma poi io sono passata a portare i biglietti d’ingresso al Salone a casa di mia suocera e le polpette erano lì, fumanti e appetitose e io per settimane mi sono nutrita solo di vegetali e gallette e… quindi è andata come è andata. Mi consolo pensando che almeno avrò più energie per questa sera.
Mancano ormai una manciata di ore che non stanno dentro una mano, come io non sto più nella pelle. Mi arriva una nuova ondata di timori, tremori e trepidazioni.
Calma e concentrazione. Niente panico. Adesso faccio gli esercizio sconfiggi ansia che ho imparato ieri. Prendo il tappetino in lattice espanso e il mastodontico vocabolario di Latino di Francesca.
Mi sdraio e appoggio IL CASTIGLIONE MARIOTTI sull’addome, iniziando a concentrarmi sulla respirazione. Inspira, espira. La mia pancia si gonfia e sgonfia come un palloncino.
In effetti funziona: mi sto davvero rilassando. Anche troppo perché ad un tratto l’adrenalina cala e mi arriva una botta di abbiocco. Sono le 16, magari un micro pisolino ci può stare.
Così stasera sarò fresca, riposata e, tra polpette e sonnellini, piena di energia… spero.
Sprofondo tra le lenzuola e piombo in un sonno profondo per circa dieci minuti. In cui accade di tutto. Microfoni che non funzionano, scene mute, vestiti con la zip che non si chiude, congiuntivi cannati in pieno.
Mi risveglio agitata e sudata a dimostrazione che il fenomeno di traspirazione avviene anche nel mio corpo. Solo nei momenti meno opportuni, ecco.
Il relax precedente è svanito, come la mia piega, che è incautamente spirata, pressata tra i cuscini del mio fatale riposino.
Francesca, che sta vivendo con serenità pacifica il mio debutto, godendosi l’assenza della sorellina minore che abbiamo esiliato dalla nonna paterna, mi osserva preoccupata.
«Hai tutti i capelli schiacciati» afferma senza pietà tornando immediatamente a concentrarsi sulle prove di Amici del duetto di Briga/Tiziano Ferro che, a causa mia, sarà costretta a perdersi.
«Va beh, dopo mi passo la piastra» fingo indifferenza e metto su la moka. In questo stato di tensione la caffeina mi farà solo solletico. O al massimo disintegrerà le melanzane.
«Senti Francy mi ascolti mentre provo ad improvvisare il discorso di questa sera?»
«Devo proprio?», scrollando le spalle, «Tanto devi improvvisare, no?»
«Sì, sì. Però giusto per capire i tempi, se mi impappino e se ha un senso quello che dico.»
Lei sorseggia un estathè alla pesca, con lo sguardo fisso alla De Filippi che cerca di convincerci, senza crederci per niente, della bontà dei confetti mandorlati.
«Okay, però vai nell’altra stanza, io ti sento da qui», mi concede extrema ratio, «Sbrigati che tra poco la televendita finisce.»
Acconsento anche perché i miei margini di trattativa sono piuttosto limitati in questo momento.
Vado in camera da letto, respiro e mi metto davanti allo specchio.
“Sicurezza, padronanza dello spazio” ha ripetuto ieri l’attore allenatore. “Respiro di pancia e non di gola. Serenità. Gioia. È un momento bello. Non vai al patibolo.”
Già, ha assolutamente ragione, tutto vero. Ma allora chi è quell’esserino pallido e tremolante con il carré arruffato che mi osserva dallo specchio? (...continua...)


©Monica Coppola



lunedì 1 settembre 2014

[poesie] - Essenza (di Silvia Devitofrancesco)



Essenza


Scrivere senza sapere cosa 
quali sensazioni, emozioni 
la penna traccerá sul foglio. 
 
Scrivere 
senza conoscere passato nè fururo 
solo presente lento affresco di realtá 
che scivola via. 
 
Scrivere 
senza curarsi della forma 
pensando solo a se stessi. 
 
Scrivere 
per sognare un'altro mondo.


[©Silvia Devitofrancesco]