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martedì 12 gennaio 2016

[Il mondo delle donne] - La prima vertigine (di Monica Coppola)





La prima vertigine


<<Viola>>, mi bisbiglia all’orecchio, <<puoi prenderti il resto della giornata di ferie?>>
Io resto muta e impalata, con almeno un milione di interrogativi che mi frullano nel cervello.
Primi fra tutti: perché mai questo tipo si è girato mezza città per riportarmi il manoscritto? Perché lo ha imbottito di post-it? E che diamine vorrà da me?
E quindi ora eccomi qui a dover fare una scelta.
<<Mi prendo il resto della giornata di ferie!>> declamo con un tono autorevole che quasi mi sorprende.
E che, a quanto pare, sorprende anche Mainardi.
<<Preziosi! Ma cosa crede? Mica mi può interrompere così il turno senza preavviso!>>
E come una trottola impazzita, inizia a girare su se stesso straparlando. (…)
Anche Tancredi, al mio fianco, lo osserva vagare irrequieto, tutto ansimante e paonazzo.
<<Posso occuparmene io?>> mi domanda.
Tentenno un attimo perché, all’improvviso, mi avvolge una lieve vertigine.
Quella a metà tra la paura di cadere e la voglia di volare, come direbbe Jovanotti.
E decido che per una volta, al posto di lasciarmi mordere dai dubbi, posso provare a saltare.
 
 (copyright Monica Coppola, Viola, Vertigini e Vaniglia - Booksalad ) - immagine di Maria Teresa Di Mise

lunedì 2 novembre 2015

[Poesie] - poesia di Loriana Lucciarini



Sotto il piumone soffice affondo 
lasciando altrove vagare 
malinconici pensieri 
 
©Loriana Lucciarini
 

[Ritratti] - Karin Losco- La malattia mi ha insegnato a vivere (di Arianna Berna)


Karin Losco è una giovane donna che a soli diciotto anni è in grado di dare una importate lezione di coraggio, maturità e tenacia nel governare una malattia per la quale non esistono cure.
Karin è afflitta da una grave forma di patologia all’intestino che ha lasciato una testimonianza toccante in un’intervista a Vanity Fair a febbraio 2015*.
«Affrontare ogni giorno una malattia contro la quale non esistono cure significa combattere contro un mostro che alcune volte ti distrugge completamente. Ti toglie le energie e purtroppo in certi momenti riesce a strapparti anche la speranza e la voglia di vivere».
Nella sua giovane vita Karin ha dovuto già affrontare l’umiliazione di non essere compresa e non curata per il male che la divorava dentro, poiché la sua malattia era stata scambiata per un’altra e per questo erroneamente curata. «Credevano che fossi anoressica. In realtà non capivano perché non riuscivo né a mangiare né a bere nulla e allo stesso tempo a sentirmi piena. Ma se bevevo stavo male per ore, e se mangiavo qualcosa ancora peggio. Ho subito in quegli anni umiliazioni e trattamenti che non dimenticherò mai».
Il calvario era incominciato da bambina, a soli 8 anni, e nel tempo, invece di migliorare i sintomi non hanno fatto che aggravarsi. La scoperta giunge dopo sette anni, in cui il suo male prende un nome e un cognome: displasia neuronale intestinale, che come spiega la stessa Karin è «Una patologia che non consente al all’intestino di funzionare come dovrebbe».
Karin ricorda il giorno in cui le comunicarono la diagnosi «Con me – ricorda Karin – quel giorno c’erano i miei genitori che rimasero spiazzati dalla notizia. Si sente spesso parlare di malattie rare, ma si pensa sempre che essendo rare non possano capitare mai ai tuoi familiari o amici e che siano cose lontane da te e dalla tua vita, e invece non è così. Sapere di essere affetta da una malattia rara e grave, non è una bella prospettiva di vita, ma  mi ha fatto sentire risollevata. Mi ha tolto quel peso e quell’incertezza in cui ho vissuto per anni tra corsie di ospedali e cure sbagliate».
Karin ha reagito affrontando con coraggio la malattia, non lasciandosi sopraffare dallo sconforto.
«La malattia mi limita in molte cose. Mi costringe – racconta - a vivere alla giornata non programmando nulla. Poi passando dodici ore al giorno attaccata a un filo di flebo, molte notti ho difficoltà ad addormentarmi e di conseguenza di giorno sono molto stanca».
«Approfitto quando i dolori si attenuano per fare ciò che mi piace. Adoro leggere. Mi piace uscire e divertirmi. Quando invece sto troppo male a farmi compagnia c’è la musica. Quando sei affetta da una malattia rara non ricordi nemmeno quali siano i ritmi di una giornata normale. Quando vado a dormire spero sempre che il giorno che verrà sia accettabile e senza troppo dolore. Quando mi sveglio al mattino, invece, penso che ho a disposizione un nuovo giorno per poter vivere e che quel giorno non merita di essere sprecato. Mi spaventa il fatto che la mia malattia possa peggiorare e che potrei non riuscire più a mangiare e  a bere neanche quel poco che posso ora».
L’intervista alla giovane e saggia Karin finisce con parole di speranza e di entusiasmo che mi hanno personalmente toccato.
«Una malattia rara è vero, sconvolge l’esistenza, ma ogni giorno ti ricorda di non mollare. A volte non è facile, lo ammetto. La malattia mi ha cambiato la vita e il mio modo di affrontarla. Mi insegna ogni giorno che non bisogna lasciarsi andare. Ho imparato ad apprezzare ogni attimo di  serenità. Ogni piccola cosa che prima poteva sembrare insignificante ora  capisco che è preziosa. La vita, in fondo, anche con una malattia rara è una splendida avventura nella quale vale la pena di tuffarsi a capofitto».   

Dolce e bella Karin, dopo aver letto la tua importante testimonianza non posso che dimostrarti la stima che provo per te, augurandoti di non mollare mai.
Un in bocca al lupo infinito.

©Arianna Berna

*Notizia tratta dal sito http://www.vanityfair.it/news/italia/15/02/28/giornata-malattia-rara-storia-foto, articolo del 20 febbraio 2015 di Angela Altomare e fotografia del primo piano i Karin del medesimo articolo

venerdì 5 giugno 2015

[racconti brevi] - Romana di Ostia (Loriana Lucciarini)



Povera son sempre stata e sempre lo sarò.
Pure se mi spezzo la schiena di lavoro, a pulire scale e condomini. 
Non vivrò mai serena, l’ansia della terza settimana me la porterò dentro finché campo. Sfortunata certo sono stata, un marito che è più dentro che fuori di galera, buono a farci niente, ubriacone molesto che preferisco stia via, almeno non mi mena. 
Io sono sempre stata precisa e onesta, eppure non mi è riuscito di crescere su i miei figli come me, tutti del padre hanno ripreso. La femmina che vuol fare la modella e torna tardi la sera perché, dice lei, in discoteca incontra i manager importanti, di quelli che fanno diventar famosa la gente, i talent scaut si chiamano. Gli altri due, i maschi grandi, che sono dei ladruncoli di mezza tacca, bravi solo a ricalcare le orme del padre. L’unico che mi fa tenerezza è quello piccolo che sembra non voler crescere mai, forse perché ha già capito quale futuro lo attende e preferisce scartar di lato. 
Mi fa pena quando lo guardo, perché non riesco a dirgli che prima o poi toccherà pure a lui, che la vita arriverà di botto e in modo crudele a dirgli che non c’è salvezza per noi che siamo destinati a una vita da piccola gente. 
Io l’ho capito da tanto, che son destinata a viver di patimenti, sempre attenta a ogni euro, sempre piegata a pulire, sempre in giro con la mia tuta da ginnastica nera a righe bianche e i maglioncini acrilici da pochi euro della bancarella. 
Una volta ero bella, ora il mio viso è scavato dalla stanchezza, sembro vecchia e ho poco più di quarant’anni. Troppo spesso mi scambiano per rumena, quando io sono romana, romana de Ostia. Sarà che la povertà imbruttisce e in questo diventiamo tutti uguali, tutti dello stesso paese: il paese dei poveracci, come me, che hanno gli occhi spenti e nessun futuro diverso da sperare.

©Loriana Lucciarini 
 
questo brano fa parte di una raccolta dal titolo "Incontri metropolitani" che l'autrice, volta per volta, rende disponibile per la lettura on-line. Consultate questo link per visualizzare altri racconti brevi dell'antologia)

giovedì 4 giugno 2015

[il mondo delle donne] - Estratto dal romanzo “Una nomale strana vita”, la mia prima creatura (Arianna Berna)




 “Notte.
L’odore umido della notte riempie le narici e gli occhi sono ormai abituati all’oscurità. Ho perso la concezione del tempo. Ero talmente arrabbiata quando sono partita da non guardare l’ora, non è da me, visto che di solito mi organizzo sempre al minuto, oggi faccio uno strappo alla regola, questa notte sento di non essere la stessa di sempre, mi sembra di vedermi dall’esterno ed una fitta mi paralizza lo stomaco.

La riconosco, questa vigliacca sensazione, è la vergogna.

Non c’è anima viva. Nessuno, a parte me e le mie paure.

In una frazione di lucidità mi domando che cosa sto facendo qui, da sola, nascosta in auto ad attendere e mi chiedo che cosa mi aspetto di vedere.

Non posso credere che l’ossessione mi abbia portato così alla deriva, ma arrivata a questo punto, devo smetterla di logorarmi nei dubbi, ormai devo sapere e devo vedere.

Forse vedendo non avrò bisogno di altre conferme. Le bugie prenderanno una forma ed io sarò finalmente libera di guardare quello che ora mi viene celato.

Non posso credere e non voglio credere che sia stata tutta un’illusione.”


mercoledì 1 aprile 2015

[il mondo delle donne] - Mappa stradale (Loriana Lucciarini)

Mappa stradale#14




Cammino dinoccolata, stanca, in questo lunedì di maggio.

La primavera è arrivata, calda e colorata, già da un po’.

Alla fermata due ragazze vestite già estive, canottiera gialla l’una, maglia blu e verde l’altra, calzoncini jeans e infradito ai piedi. Stanno parlando fitto tra loro. Straniere, tedesche di neanche vent’anni.

Negli occhi aspettative uguali per questa vacanza romana da single, in cerca di emozioni, amore, avventure e ricordi, qualche foto, istanti postati in simultanea su facebook o su instagram.

Io, invece, con la loro stessa età, non aspetto più niente.

Guardo le tedesche, occhi chiari e sorriso luminoso.

Non sarò mai come loro, spensierata e leggera. Io mi trascino il mio terribile squarcio nell’anima in silenzio. Un cupo viscido annaspare nel mio buio senza luce.

Salgono sull’autobus, le due turiste, cartina in mano, verso monumenti storici da visitare. Io invece rimango qui, ferma, un po’ invidiosa della loro allegria.

Non so dove andare, non l’ho mai saputo. E nella vita nessuno mi ha mai indicato la via.

Non ci sono mappe per sapere come si deve vivere.

Non c’è nessuna cartina che indica la strada per la serenità.

(copyright Loriana Lucciarini)

questo brano fa parte di una raccolta dal titolo "Incontri metropolitani" che l'autrice, volta per volta, rende disponibile per la lettura on-line. Consultate questo link per visualizzare altri racconti brevi dell'antologia)

lunedì 2 marzo 2015

[racconti brevi] - Un angolo di paradiso - di Arianna Berna

Un angolo di paradiso

Arianna Berna


Quel giorno Milena non aveva voglia, nessunissima intenzione di alzarsi dal letto. Perchè poi doveva? Da dove nasceva quel senso del dovere che la spingeva a correre tutto il giorno dietro alle frenesie altrui.
I capricci dei bambini, il lavoro che non le piaceva, la casa da riordinare.
Cercava di ricordarsi da quanto tempo non si ricavava un'ora tutta per sé. Senza nessuno che le dicesse o chiedesse cosa doveva fare.
La sveglia era già suonata, la figlia più piccola si era già alzata e le saltava letteralmente sulla pancia cercando di attirare l'attenzione. Almeno cinque minuti, solo cinque minuti di silenzio.
Silenzio, che magica utopia, in quell'istante di caos sognava di essere in riva al mare d'inverso, accoccolata su uno scoglio del pontile a perdersi nell'orizzonte. I minuti trascorrevano e il caos cresceva.
Possibile che in casa sua non si potesse avere un attimo di tranquillità?
Anche la figlia più grande ormai si era svegliata e si era buttata a pesce nel lettone urlando giocosa.
Milena era combattuta, le bambine erano parte di lei, ma in quell'istante avrebbe desiderato soltanto poter stare in silenzio per pochi minuti, il tempo giusto per raccogliere le forze.
Il marito pareva di gomma piuma, totalmente inerte al caos, ma possibile che dovesse sentirle soltanto lei le strilla delle bimbe scalmanate?
La seconda sveglia aveva iniziato a suonare e, ormai rassegnata, Milena si alzò per andare a preparare la colazione alla tribù.
Strascinando un passo dietro l'altro era arrivata in cucina, ma qualcosa aveva attirato la sua attenzione in salotto.
Ritornò quindi sui suoi passi, sempre strascinando le vecchie ciabatte, accese la luce e restò senza parole.
La tavola era imbandita per una super colazione. Pane tostato, biscotti, cornetti, yogurt, cereali e succo d'arancia. C'era tutto quello che amava di più.
Milena iniziava a capire. Suo marito la abbracciò di spalle e le sussurrò sull'orecchio "E' stata un'idea delle ragazze. Buon compleanno amore mio".
Le bambine urlarono all'unisono "Tanti auguri" e saltarono sul collo della madre commossa.
Quel dolce gesto scacciò via la fatica e i brutti pensieri, d'un tratto la giornata da pesante si era trasformata in meravigliosa.

©Arianna Berna

domenica 1 febbraio 2015

[il mondo delle donne] - Una scelta generosa - di Loriana Lucciarini



Sospiro asciugandomi una lacrima. A che serve ora piangere? Non si piange sul latte versato, tantomeno quando a versarlo lo si è fatto di proposito. L’ho visto andare via e l’ho salutato silenziosamente con la morte nel cuore. Ho sciolto i fili che ci tenevano uniti, ho detto addio a quel meraviglioso ragazzo, a tutti i ricordi belli che ci legavano.
Non so se poi mi pentirò di questa scelta, ma ho deciso che fosse quella giusta.


Forse qualcuno dirà che sono stata una stupida, che potevo fregarmene di tutto il resto, ma non ci sono riuscita. Mi meraviglio di me stessa, della mia generosità, del mio coraggio, perché per fare quello che ho fatto ce ne vuole di coraggio, e molto… dove ho trovato la forza?
Un gattino mi segue silenziosamente, forse ha compreso la mia pena e mi vuol consolare. Gli sorrido teneramente e lo accarezzo confidandogli ciò che provo.
“Micino, perché mi guardi così? Hai capito che sono triste?” e lo prendo in braccio, facendo girare qualche passante curioso.
“Oggi ho chiuso le porte alla mia vita e alla mia felicità… l’ho visto andare via con il cuore a pezzi, non so neppure dove ho trovato la forza di sorridergli ed augurargli tutta la fortuna del mondo!” mormoro seria, rivolta al gattino.

Avevo conosciuto Stefano ad una festa. Io, timida e riservata di carattere, me ne stavo in disparte, ma lui, che era l’anima della compagnia, mi aveva subito notata ed era venuto vicino invitandomi a ballare. La sua simpatia mi aveva contagiata, così mi aveva strappato un appuntamento e poi un altro e un altro ancora… finché non mi disse che per lui ero speciale e mi chiese di metterci insieme. Io avevo accettato subito perché mi piaceva tantissimo. Così la nostra storia d’amore ebbe inizio. Come gli innamorati camminavamo mano nella mano, ci fermavamo ad aspettare il tramonto, eravamo felici mentre intorno a noi non esisteva nulla, oltre noi e il nostro amore. Gli innamorati sono anche un po’ egoisti, si sa. Ma era proprio questa la nostra forza, ci faceva stare bene. Facevamo progetti ed eravamo il sostegno l’uno dell’altra.
Poi però una lontana amica di Stefano, Mariangela, ritornò nella nostra città e la loro vecchia amicizia si riallacciò. Iniziarono a frequentarsi assiduamente, ed un giorno Stefano me la presentò. Com’era bella! Biondi capelli morbidi, lineamenti delicati e sottili, fisico asciutto e perfetto. Mariangela era una ragazza splendida, dal carattere aperto e solare, piena di energia e talenti. Ma c’era un ma, Mariangela era cieca dalla nascita! Quanto appariva fragile ai nostri occhi, ma quanto era forte dentro, capace di non lasciarsi fermare da questa sua difficoltà.

Stefano fin da bambino aveva sempre provato affetto e un senso di protezione per questa ragazza sfortunata. Questo sentimento ora si era trasformato in amore. Amava Mariangela, questa dolce ragazza piena di voglia di vivere e tanto coraggio. Amava lei più di me.
Io, avrei potuto lottare per trattenerlo a me. Avrei potuto combattere contro di lei, per questo nostro noi per me così importante. Avrei avuto anche ragione nel farlo. In amore è tutto lecito, dicono. Non so se avrei vinto, ma almeno potevo tentare, ma non me la sono sentita di interpormi tra Stefano e lei. Lei merita di essere felice e anche Stefano. Insieme lo saranno.
E adesso io come farò senza di lui? Chi mi terrà la mano quando scenderà la sera? Chi darà un senso a questi miei giorni, che ora sono grigi e vuoti, mentre prima erano colorati e pieni di una felicità che a me sembrava perfetta?
Un’ultima lacrima e via da questa strada, dai ricordi. Via prima che cambi idea e che inizi ad affiorare in me il dubbio e il dolore.


Eppure, anche se questa scelta mi fa soffrire sento che in fondo è stata quella giusta. Stefano avrebbe scelto lei, anche se lo avessi costretto a fare una scelta tra noi due. Io avrei perso ugualmente. Probabilmente questa nostra storia d’amore, pur se a me rendeva felice, era comunque destinata a finire. Questi pensieri mi aiutano ad affrontare il dolore dell’oggi.
“Andiamo micino, ti porto a casa!” lo coccolo portandomelo a petto e sorridendogli con tutto l’amore che posso.
Il gattino mi si accoccola vicino e inizia a farmi le fusa con gratitudine.


Sono fiera di me stessa, ho amato così tanto Stefano da rinunciare a lui per la sua felicità. I giorni che mi aspettano da vivere mi appaiono meno neri e ostili, se inizio a pensare che posso costruirmi giorno per giorno un nuovo futuro per me, dove anche io potrò essere la donna che qualcuno sceglie di avere per compagna, con la quale voler immaginare giorni di gioia e amore.
Se trovo il modo giusto di superare questo momento difficile, il futuro s’appresterà veloce mentre l’oggi diventerà presto passato. Col tempo le ferite guariranno e io sarò più forte e quando mi volterò a guardare questo giorno lo vedrò già lontano. La mia scelta generosa che permetterà a Stefano e Mariangela di essere felici, illuminerà anche la mia vita e mi porterà certamente un amore più grande e pieno di quello che ho lasciato.
“Andrà così, davvero” mi incoraggio sicura e senza pensarci troppo sparisco insieme al gattino, il mio nuovo amico, capace di starmi vicino in questo momento in cui tutto mi brucia nel cuore.



(©Loriana Lucciarini)

martedì 2 settembre 2014

[il mondo delle donne] - DISATTENZIONE di Arianna Berna



Disattenzione

Sara aspettava quel giorno da cinque lunghi anni, studiare non le piaceva. La scuola l’opprimeva, i professori, i compiti e gli impegni quotidiani la infastidivano. Era sempre stata la classica studentessa intelligente ma che non si applicava, sin dalla prima liceo aveva corso sul filo del rasoio, rischiando ogni anno la bocciatura, ma poi, allo scadere del tempo, riusciva immancabilmente a compiere il miracolo. Anche questa volta aveva realizzato la magia diplomandosi, seppur con il minimo dei voti. Leggere accanto al suo nome la parolina “matura” le aveva regalato la sensazione più intensa che ricordasse di aver vissuto. A Sara non importavano i voti, come pure a sua madre, che vedeva già la semplice promozione come una benedizione. Quella figlia tanto scapestrata quanto bella, le dava dei gran pensieri, per fortuna l’agonia era finalmente terminata, almeno per ora.

La sera della grande notizia i compagni di classe avevano organizzato un aperitivo in centro città per festeggiare e Sara desiderava essere perfetta. Si era preparata con cura, aveva lisciato i capelli con dovizia certosina e aveva indossato il vestito preferito con le spalle scoperte e la gonna cortissima.

“Non ti sembra di aver esagerato?” le chiese la madre mentre usciva di casa verso le dieci di sera. La figlia in tutta risposta le fece una linguaccia. Entrambe scoppiarono a ridere “Che tipa sei. Chissà che la vita ti vada sempre bene come oggi” le disse la madre mentre chiudeva la porta alle sue spalle.

Riflessa nell’impietoso specchio dell’ascensore, notò un brufolo scappato all’attività di restauro “Devo stare più attenta” mormorava fra sé mentre lo nascondeva con il correttore “Sono sempre troppo distratta, prima o poi finirà male”. Dopo il piccolo intervento la sua immagine riflessa nello specchio le sembrava soddisfacente, i capelli neri erano lisci e lucidi, la linea del contorno occhi blu, forti e penetranti, era ben disegnata a matita nera, mentre la bocca quasi si perdeva in un lucidalabbra rosa opaco.

Ad attenderla sotto casa Luca, il compagno di banco che tanto le piaceva ma che non si era ancora dichiarato. Quella sera era la loro serata, dovevano festeggiare la fine di un epoca e Sara sperava anche l’inizio di un nuovo amore.

Luca l’aspettava fuori dall’auto, appoggiato con la schiena alla portiera, le gambe incrociate e lo sguardo da duro, cercando di darsi un tono ed apparire più maturo di quanto in realtà fosse. Rimase a bocca aperta vedendo la ragazza corrergli incontro, era bellissima, più del solito. Il cuore fece un tuffo quando lo strinse forte inondandolo con il suo profumo di fiori e non riuscì a trattenersi dal dirle “Quanto sei bella”. Sara si nascose compiaciuta nel suo abbraccio, godendo di quell’istante, anche lui era decisamente affascinate con i jeans strappati che aveva acquistato insieme e la maglietta bianca che gli aveva regalato per il compleanno.

Luca la prese per mano e, con un riguardo che non aveva mai avuto prima, aprì la portiera, facendola accomodare al posto del passeggero. Stupita ed emozionata per tanta gentilezza, si lasciò condurre adagiandosi con grazia nel sedile della vecchia utilitaria rossa del padre di Luca.

“Pronta per festeggiare?”

“Certo!” rispose Sara.

Luca girò la chiave nel cruscotto e per fortuna l’automobile si accese al primo tentativo. Raggiunta la compagnia di amici nel locale che frequentavano di solito iniziarono a festeggiare con un giro di aperitivi.

Al terzo spritz la testa di Sara girava, ma non voleva fermarsi, la felicità era tanta e l’adrenalina ancora di più. Si sentiva importante, per una volta aveva smesso i panni della studentessa mediocre, che faticava a raggiungere la sufficienza, poteva festeggiare al pari dei secchioni che aveva tanto invidiato negli anni. Per una volta non era da meno, aveva raggiunto il primo traguardo importante ed il mondo sembrava essere ai suoi piedi. Luca la guardava come se fosse una fata e anche gli altri ragazzi non lesinavano complimenti.

A mezza notte l’allegra compagnia decise di lasciare il centro cittadino per continuare i festeggiamenti a Jesolo. Sara aveva bevuto un po’ troppo, ma non era preoccupata, perché la serata era ancora lunga e aveva tutto il tempo per riprendersi. Luca a differenza dell’amica si era tenuto con il bere, perché sentiva sulle sue spalle la responsabilità dell’esile ragazza che gli stava affianco e che segretamente amava da anni.

Saliti in auto, con altri due amici che si erano aggiunti all’ultimo, Luca girò la chiave ma questa volta l’auto fece un sussulto per morire ingloriosamente. Sara lo osserva senza dire nulla con un’espressione divertita, mentre lui voleva sprofondare sotto terra dalla vergogna.

Seduta al suo fianco Sara rideva della buffa situazione cercando di sdrammatizzare, le dispiaceva percepire l’imbarazzo dell’amico, che più guardava più trovava attraente. Si era invaghita di lui negli anni, ma non aveva mai avuto il coraggio di dichiararsi, quella sera però si sentiva sicura di sé, finalmente donna aveva rotto le catene dell’adolescenza ed era decisa a prendere l’iniziativa, non appena si fosse presentata la giusta occasione. Il tempo delle superiori era terminato e con l’università rischiava di perderlo in ogni caso, tanto valeva tentare, almeno non avrebbe avuto rimorsi in futuro. Presa dai pensieri romantici ed annebbiata dal troppo alcol bevuto a stomaco vuoto, non si ricordò di allacciare le cinture di sicurezza. Nemmeno Luca, di solito tanto attento, si accorse della disattenzione.

Finalmente l’auto si accese e, passato il momento di imbarazzo, l’allegra compagnia riprese a ridere e scherzare gioiosa. La musica era a tutto volume e le ragazze cantavano a squarciagola una canzone del momento ondeggiando le teste e le braccia con i finestrini abbassati.

Sara rideva ed era felice. Ascoltava la musica con gli occhi chiusi e non si accorse dell’auto che sbandava nella corsia opposta a cinquanta metri da loro, non vide Luca che cercava disperatamente di evitare lo schianto. Sempre con gli occhi chiusi si sentì strattonare a destra, in avanti, un colpo secco indietro ed infine a sinistra. Aprì gli occhi frastornata dai colpi e dal rumore assordante delle lamiere che si contorcevano. La velocità degli eventi non le faceva afferrare la gravità della situazione, il suolo era al posto del cielo, i piedi erano in aria e poi di nuovo a terra, mentre l’auto rossa rotolava nel campo adiacente alla strada. Senza niente che la legasse all’abitacolo, sbatteva violentemente contro ogni ostacolo, finché avvertì una piacevole sensazione, come se mancasse la gravità, non capiva come potesse sentirsi così leggera, come se stesse volando libera nel cielo, ma non aveva paura, anche se avrebbe dovuto.

Sentì però la terra nell’impatto, alla fine del volo che le costò la vita.

Non vide la corsa disperata di Luca, non avvertì le sue mani mentre la tirava a sé chiamandola per nome, non vide le sue lacrime e non lo sentì mentre le giurava amore eterno. Nessun rumore, nessun odore, nessun tatto. Niente più era per la bella Sara, il tempo era scaduto e la sua corsa verso la vita si era interrotta per non ripartire più.

©Arianna Berna