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lunedì 2 novembre 2015

[Racconti brevi] - Io & Carolina (di Monica Coppola)




Ho sempre viaggiato principalmente sui mezzi pubblici, sopportando scossoni, pestoni, spintoni e zaffate, che a confronto la Parigi narrata da Süskind sembrava Pitti Fragranze.
Però la durata della pazienza deve essere inversamente proporzionale all’incedere degli anni perché, qualche settimana fa, esausta e barcollante dopo l’ennesimo viaggio infinito sul bus, ho deciso di motorizzarmi anche io.
Noi di auto ne abbiamo una sola e si chiama Carolina, che ha esattamente la stessa età della nostra primogenita quindicenne. E forse, per affinità elettiva tra coscritti in preda alle medesime turbolenze ormonali, mette in pratica lo stesso comportamento imprevedibile, anarchico e a tratti irriverente. In parole povere Carolina, orgogliosa di questi anni vissuti spericolatamente e indefessamente on the road, fa beatamente quello che le pare, quando le pare. Come nostra figlia appunto.
E così un bel mattino ha deciso che le chiavi di scorta probabilmente erano una roba di serie b che lei, alla sua veneranda età e dopo anni di egregio servizio ha scelto di ripudiare.
Senza troppi complimenti si è intestardita come un mulo e a noi è rimasta una sola chiave di accensione a lei gradita, che ci passiamo uno con l’altro, avvolta in panni candidi di lino purissimo, come una reliquia.
In un secondo momento ha mandato in tilt la chiusura centralizzata in un modo tutto suo: in pratica mi costringe a chiudere a chiave ognuna delle quattro porte e poi rifare il giro di controllo, un numero x di volte, con un’ansia patologica crescente, stile Avrò chiuso il gas?
La mazzata finale è arrivata in una notte buia e tempestosa, ma poi neanche tanto perché a pensarci bene era estate, quando dei bipedi dal cervello come un gheriglio di noce l’hanno profanata sventrandole i tergicristalli come una scatoletta di tonno Rio Mare.
Per aiutarla a superare il brutto momento abbiamo iniziato ad essere più carini con lei, ognuno a suo modo.
Io ho realizzato home-made un meraviglioso calzino da basket in spugna, tutto imbottito di sale grosso, con miracolosi poteri anticondensa.
La piccola Chiara ha abbandonato nel vano portaoggetti un plumcake spiaccicato probabilmente di era mesozoica e mio marito – non ho capito perché – ha piazzato un grosso sombrero sul pianale posteriore.
E dire che in Messico non ci siamo nemmeno mai stati, né noi né tantomeno Carolina.
In attesa di scoprire che mistero si cela dietro la comparsa del sombrero, io e lei cerchiamo di barcamenarci come possiamo, considerando la mia scarsa attitudine alla guida e i suoi acciacchi.
Che tradotto sta per: io non sono Hamilton e lei non è una Ferrari.
Vogliamo stare lontane dai grattacapi e dalle infrazioni e quindi ogni mattina trotterelliamo pacifiche, ligie agli attraversamenti pedonali, ai limiti di velocità, ai gialli lampeggianti e alle precedenze a destra.
In realtà la questione delle precedenze è delicata perché io soffro di disorientamento destra sinistra e certi incroci mi ricordano quei terrificanti quiz stracolmi di macchine rosse-gialle-verdi-blu con freccette schizofreniche girate in ogni direzione.
Per essere sicura di non combinare danni con la precedenza io e Carolina siamo piuttosto galanti e generose: la diamo a destra e anche un po’ a sinistra.
Quando siamo di buonumore ci mettiamo a canticchiare.
Quindi le nostre mattine in realtà potrebbero filare lisce come l’olio se non fosse che c’è sempre qualcuno che viene a romperci i paraurti.
Una strombazzata di clacson che ti toglie dieci anni di vita, solo perché hai osato fermarti invece di spiaccicare direttamente sull’asfalto stile Willy Coyote, il nonnetto zoppo con la shopper ecologica e il Jack Russell dal collarino rosso.
Un sorpasso a tradimento su doppia striscia continua con zampillo finale a iniezione diretta nel finestrino di monossido di carbonio, idrocarburi e ossidi di azoto perché hai rallentato al giallo. Così tanto, da purificare epidermide e polmoni in un botto solo. E cancellare in un colpo di spugna, la pelle di porcellana ottenuta con l’idratante di YSL pagato a rate.
Se poi ti prende il desiderio di tentare un’arguta manovra in un parcheggio che sia diverso dalla lisca di pesce, allora la situazione si fa davvero seria.
Anche perché non appena ingrani la retromarcia e cominci a indietreggiare, quello spazio che solo pochi istanti prima sembrava ampio e confortevole, diventa angusto e ristretto, stile golfino post centrifuga.
E allora sono attimi di panico vero. Perché sei lì con il sedere dell’auto a levante e il muso a ponente, gli occhi strabuzzati e il terrore di sfiorare la scintillante SLK metalizzata che avresti giurato che un attimo prima non ci fosse, e dannazione ora è proprio a pochi centimetri dal traballante parafanghi di Carolina.
O di frantumare il fanale stile cartoon della stronzissima Smart che sembra fissarti come a dire: «Vedi? Io mi parcheggio anche tra gli interstizi di una striscia pedonale» e quasi senti il suo sogghigno malefico.
E nel frattempo tutto intorno è un karaoke di clacson che impazzano, finestrini che si abbassano, dita che si alzano e mi fermo qui, perché siamo in fascia protetta.
Allora sia io che Carolina che di solito siamo per la non violenza, decidiamo di non agire: schiaccio il tasto delle sicure, chiudo gli occhi e mi preparo al peggio.
Che arriva con le sembianze di un paffuto autocarro giallo arancio dalla bambolina tirolese che dondola allo specchietto, aggancia la fiammante SLK e se la porta via.
Nel posto libero resta il vecchietto claudicante con il Jack Russell della mattina che mi strizza l’occhio e mi mostra un cartello, ed io capisco che siamo state miracolate da un divieto di sosta.
Ammutoliti dalla scena, anche gli animi incarogniti degli altri automobilisti si placano. Del resto hanno già sfogato la dose mattutina di ira quotidiana e possono riprendere il loro tranquillo tran tran: le donne si incipriano il naso con sguardi furtivi al retrovisore, i maschietti si sistemano la cravatta.
Qualche pensionato sbuffa perché il divertimento è finito troppo presto e non resta che tornare ad osservare gli interminabili lavori dei cantieri a cielo aperto nella metropoli.
Oppure di aspettare con trepidazione il prossimo giallo lampeggiante…


©Monica Coppola

martedì 6 ottobre 2015

[racconti brevi] - Occhi chiari e taccuino (Loriana Lucciarini)



OCCHI CHIARI E TACCUINO #4


C’è una donna che prende la metro tutte le sere, alle sette. Ha occhi chiari, di un verde raro, con bagliori d’oro nell’iride. E’ stanca del quotidiano ma non della vita. E’ curiosa e osserva gli altri attorno a sé. Ha sempre un taccuino in borsa sul quale appunta pensieri e osservazioni. Ci scrive delle persone che incontra, brevi schegge che raccontano la vita degli altri. A volte i racconti le arrivano leggeri, come un sussurro, appena sfiora le loro esistenze. Altri giorni le basta guardare a fondo negli occhi dell’altro per leggerci tutto. Una vita di paure e di rimpianti. Un’esistenza fatta di fatica o piena dei giochi dei figli. O di libri da studiare ed esami da dare senza sapere tutto questo dove porterà. O di sogni troppo grandi da realizzare mentre ci si trascina da un giorno all’altro senza un perché. O di giorni inchiodati di solitudine, quella solitudine che s’installa nell’anima e non va più via. O di un’emozione che si espande e colora i giorni e dà calore e speranza per un amore che sta nascendo. La donna osserva e aspetta che le vite degli altri diventino storia, storie che lei potrà raccogliere e raccontare. Quella donna sono io.

©Loriana Lucciarini


Questo brano fa parte di una raccolta dal titolo "Incontri metropolitani" che l'autrice, volta per volta, rende disponibile per la lettura on-line. Consultate questo link per visualizzare altri racconti brevi dell'antologia)

venerdì 5 giugno 2015

[racconti brevi] - Romana di Ostia (Loriana Lucciarini)



Povera son sempre stata e sempre lo sarò.
Pure se mi spezzo la schiena di lavoro, a pulire scale e condomini. 
Non vivrò mai serena, l’ansia della terza settimana me la porterò dentro finché campo. Sfortunata certo sono stata, un marito che è più dentro che fuori di galera, buono a farci niente, ubriacone molesto che preferisco stia via, almeno non mi mena. 
Io sono sempre stata precisa e onesta, eppure non mi è riuscito di crescere su i miei figli come me, tutti del padre hanno ripreso. La femmina che vuol fare la modella e torna tardi la sera perché, dice lei, in discoteca incontra i manager importanti, di quelli che fanno diventar famosa la gente, i talent scaut si chiamano. Gli altri due, i maschi grandi, che sono dei ladruncoli di mezza tacca, bravi solo a ricalcare le orme del padre. L’unico che mi fa tenerezza è quello piccolo che sembra non voler crescere mai, forse perché ha già capito quale futuro lo attende e preferisce scartar di lato. 
Mi fa pena quando lo guardo, perché non riesco a dirgli che prima o poi toccherà pure a lui, che la vita arriverà di botto e in modo crudele a dirgli che non c’è salvezza per noi che siamo destinati a una vita da piccola gente. 
Io l’ho capito da tanto, che son destinata a viver di patimenti, sempre attenta a ogni euro, sempre piegata a pulire, sempre in giro con la mia tuta da ginnastica nera a righe bianche e i maglioncini acrilici da pochi euro della bancarella. 
Una volta ero bella, ora il mio viso è scavato dalla stanchezza, sembro vecchia e ho poco più di quarant’anni. Troppo spesso mi scambiano per rumena, quando io sono romana, romana de Ostia. Sarà che la povertà imbruttisce e in questo diventiamo tutti uguali, tutti dello stesso paese: il paese dei poveracci, come me, che hanno gli occhi spenti e nessun futuro diverso da sperare.

©Loriana Lucciarini 
 
questo brano fa parte di una raccolta dal titolo "Incontri metropolitani" che l'autrice, volta per volta, rende disponibile per la lettura on-line. Consultate questo link per visualizzare altri racconti brevi dell'antologia)

mercoledì 1 aprile 2015

[Racconti brevi] - Lo strano caso del Dottor.T (Monica Coppola)

Da qualche giorno le cose mi quadravano meno del solito.
Starnutivo ripetutamente ed avevo sempre sonno.
In più, tanto per gradire, mi erano comparse due macchioline rosse sul collo che mi facevano sembrare un appetibile dessert per giovani licantropi.
Così la Dottoressa C., medico curante, mi ha spedita dritta dall’esimio Dottor T., allergologo di sua fiducia.
Calvo e mingherlino, occhietti penetranti e un camice che quasi sembrava danzare attorno alla sua esile figura, il Dottor T. mi ha osservata grattandosi il mento ossuto.
"E' solita ad usare gioielli in acciaio, nichel o..."  mi ha domandato, indirizzando uno sguardo torvo ai miei orecchini "…plastica e altre diavolerie simili?"
Istintivamente la mia mano è corsa a coprire le lunghe margherite made in china che penzolavano allegramente sul mio lobo sinistro.
"Bhe, sì. Ma solo ogni tanto…" ho ammesso imbarazzata
"Mmm… lo sospettavo" ha mugugnato maneggiando con alcune provette "Fuma, beve o fa uso di sostanze particolari?"
"Macchè!" ho scosso subito la testa con decisione "Non reggo nemmeno un sorso di Heineken!"
"Mmm … sospettavo anche questo" ha aggiunto osservandomi  con commiserazione.
Poi ha inzuppato un batuffolo in una tazza d’alcol cospargendomi l’avambraccio di gocce minuscole, mentre la sua penna, lunga ed affilata, scarabocchiava incomprensibili simboli.
A quel punto i sospetti sono venuti a me…
I suoi occhi da pipistrello hanno iniziato quasi a roteare mentre dalle sue labbra sottili si diffondevano vocaboli sconosciuti “Cladosporium herbarum…mucor mucedo…alternaria tenuis…pennicillum notatum.”
Mi sentivo la protagonista di un rito esoterico e temevo che il suo camice iniziasse a volteggiare come uno spettro, circondato da pozioni che si libravano in volo, sogghignanti.
La lamella del Dottor T. intanto mi punzecchiava, saltellando da un braccio all’altro.
Quando stavo per temere il peggio ha bofonchiato qualcosa tipo “Epitelio di cane” ed ho sentito rinascere in me la speranza.
Anche se un cane non ce l’avevo ho colto la palla al balzo per cercare di placare quella sua bizzarra smania "…serve un cane? Vado a cercarne uno?" ho domandato tentando di riprendermi le braccia.
Lui mi ha ignorata completamente.
Animato da una frenesia ancora maggiore ha proseguito baldanzoso la sua cantilena.
"Epitelio di coniglio, epitelio di cavia, robinia, frassino, sambuco, assenzio selvatico, dente di leone, paleo odoroso, bambagina, crisantemo..."
Al suono dell’ultimo sostantivo floreale ho pensato che ormai tutto era perduto: la mia esistenza si sarebbe conclusa lì, con le braccia ridotte come un colabrodo, alla mercé di uno sciamano che, probabilmente, svolgeva la professione di allergologo per copertura.
E mentre un alone nostalgico avvolgeva i pensieri di tutte le cose che non avevo fatto e che avrei voluto fare,  mi è venuto in mente che forse l’insolito trapasso poteva assicurare fama e pubblicazione al mio romanzo inedito.
Stavo già per valutare la cosa quando ho avvertito le dita minuscole del Dottor T. arrampicarsi come ragni sulla mia spalla.
"Signora? Signora? Abbiamo terminato. Può andare."
Mi sono stropicciata gli occhi  come se mi risvegliassi da un incubo ed ho osservato le mie braccia a pois, tutte pigmentate d’inchiostro.
"E allora? A cosa sono allergica?"
Lui ha guardato l’orologio che già segnava le diciotto e trenta, ha sbuffato ed ha aggiunto laconico "A niente."
"Come sarebbe a niente? E le macchie? Gli starnuti?" e anche i miei centocinquanta euro volevo aggiungere, ma sono stata zitta.
Lui ha arraffato una serie di moduli e spazientito li ha spinti sotto al mio naso "Lo vede? Lo vede? Le ho testato di tutto! Graminacee, micofiti, acari, epiteli e anche piante composite! Lei non è allergica proprio a niente!"
Cogliendo la mia aria perplessa ha proseguito con tono più pacato "Mi creda, lei tollera proprio tutto! Conifere, lieviti, pellicce di animali" ed ha puntato gli occhi miopi sui miei lobi "e anche quelle cianfrusaglie che si è messa sulle orecchie! E adesso perché non esce di qui e va a prendersi una bella birra?"
"No guardi la birra io proprio non…"
"Vada, vada…" ed ha iniziato a spingermi verso l’uscita "mi creda che a una come lei luppolo e malto d’orzo fanno solo il solletico."
"Ma veramente io…" ho tentato di replicare ma lui ha richiuso la porta dello studio senza troppi complimenti.
Ancora frastornata per l’esperienza surreale dei prik test, ho pensato che la vicenda aveva il suo lato positivo.
Se mi fosse venuta voglia di rotolarmi tra la gramigna, con un dente di leone tra i capelli, in compagnia di pelosi gatti, cavie e criceti, sgranocchiando arachidi e crostacei e magari annaffiando il tutto con un litro di Heineken, ora potevo farlo in tutta tranquillità: non mi sarebbe comparsa nemmeno una minuscola macchiolina.

(copyright Monica Coppola)

lunedì 2 marzo 2015

[racconti brevi] - Un angolo di paradiso - di Arianna Berna

Un angolo di paradiso

Arianna Berna


Quel giorno Milena non aveva voglia, nessunissima intenzione di alzarsi dal letto. Perchè poi doveva? Da dove nasceva quel senso del dovere che la spingeva a correre tutto il giorno dietro alle frenesie altrui.
I capricci dei bambini, il lavoro che non le piaceva, la casa da riordinare.
Cercava di ricordarsi da quanto tempo non si ricavava un'ora tutta per sé. Senza nessuno che le dicesse o chiedesse cosa doveva fare.
La sveglia era già suonata, la figlia più piccola si era già alzata e le saltava letteralmente sulla pancia cercando di attirare l'attenzione. Almeno cinque minuti, solo cinque minuti di silenzio.
Silenzio, che magica utopia, in quell'istante di caos sognava di essere in riva al mare d'inverso, accoccolata su uno scoglio del pontile a perdersi nell'orizzonte. I minuti trascorrevano e il caos cresceva.
Possibile che in casa sua non si potesse avere un attimo di tranquillità?
Anche la figlia più grande ormai si era svegliata e si era buttata a pesce nel lettone urlando giocosa.
Milena era combattuta, le bambine erano parte di lei, ma in quell'istante avrebbe desiderato soltanto poter stare in silenzio per pochi minuti, il tempo giusto per raccogliere le forze.
Il marito pareva di gomma piuma, totalmente inerte al caos, ma possibile che dovesse sentirle soltanto lei le strilla delle bimbe scalmanate?
La seconda sveglia aveva iniziato a suonare e, ormai rassegnata, Milena si alzò per andare a preparare la colazione alla tribù.
Strascinando un passo dietro l'altro era arrivata in cucina, ma qualcosa aveva attirato la sua attenzione in salotto.
Ritornò quindi sui suoi passi, sempre strascinando le vecchie ciabatte, accese la luce e restò senza parole.
La tavola era imbandita per una super colazione. Pane tostato, biscotti, cornetti, yogurt, cereali e succo d'arancia. C'era tutto quello che amava di più.
Milena iniziava a capire. Suo marito la abbracciò di spalle e le sussurrò sull'orecchio "E' stata un'idea delle ragazze. Buon compleanno amore mio".
Le bambine urlarono all'unisono "Tanti auguri" e saltarono sul collo della madre commossa.
Quel dolce gesto scacciò via la fatica e i brutti pensieri, d'un tratto la giornata da pesante si era trasformata in meravigliosa.

©Arianna Berna

lunedì 1 dicembre 2014

[racconti brevi] - Questione di peso (di Arianna Berna)



Questione di peso

La gioia che prova Eva nel leggere quel numeretto che lampeggia ad intermittenza sulla bilancia non ha fine: cinquantasei chilogrammi tondi tondi, non un etto di più. Perdere tutto quel peso è stato difficile, anzi una fatica boia come dice lei stessa, però che soddisfazione arrivare a vedere quel bel numeretto che pareva scomparso dalla bilancia.

Eva è una giovane donna di ventitré anni, alta un metro e settantacinque centimetri che non si è mai piaciuta davvero. Quando ha iniziato la dieta fai da tè lo scorso aprile di chilogrammi ne pesava settantatre. Era una donna formosa e appariscente, una di quelle donne che gli uomini guardano, ma che non si è mai accorta di piacere. Non vedeva i ragazzi che si giravano al suo passaggio, non si è accorta nemmeno quella volta che un uomo ha fatto cadere a terra una confezione da dodici di uova nel bel mezzo del supermercato, tanto era rimasto folgorato dalla sua bellezza. Non lo aveva notato perché era troppo impegnata a cercare nello scaffale del bio i prodotti con meno calorie.

Da aprile però si è messa in testa di dimagrire, non è andata da un medico, perché costava troppo, ha ritagliato la dieta all’ananas di un giornaletto da donne e l’ha appiccicata all’anta dell’armadio, promettendosi che per l’estate avrebbe perso quanto le serviva per essere perfetta in costume da bagno. La dieta dell’ananas però è stata da subito un flop, quindi è corsa ai ripari e si è messa d’impegno per crearsi il proprio regime alimentare. Ha messo regole ferree a casa anche se vive con i genitori, ha iniziato a fare la spesa separata e a cucinarsi i pasti da sola.
Ogni santa sera dopo il lavoro va al supermercato a leggere tutti, ma proprio tutti, i dettagli riportati nelle confezioni dei prodotti dietetici. Compara i rapporti calorici, le quantità di grassi, le vitamine e quant'altro le venga in mente. Ormai nessun prodotto sullo scaffale ha più misteri per lei e ogni giorno esce soddisfatta con una busta di verdure o gallette di riso integrali. Il pane e la pasta sono stati banditi dalla sua alimentazione, insieme alla carne, una volta a settimana però si concede una fettina di platessa.

Eva adesso è scesa dalla bilancia e si osserva allo specchio in mutande. Sorride compiaciuta mentre si passa le dita sul costato. Finalmente riesce a sentire distintamente ogni singola costola, finalmente non sono più avvolte da tutta quella ciccia e si sente bella come una top model. Bene, anche la clavicola è in evidenza. 
Se ripensa ai sacrifici le viene un brivido lungo la schiena, quanta fame ha dovuto patire, anche la scorsa notte, dopo aver cenato con un tristissimo passato di verdure e gallette di riso, aveva cercato di placare i crampi allo stomaco con una tisana rilassante alla malva, però quando era andata a letto, si era addormentata sorridente, pensando che al risveglio le sarebbe spettata una tazza di latte con 25 grammi di cereali integrali. Già, esattamente 25 grammi pesati sul bilanciano, non uno di più, non uno di meno. 
Il cibo è l'ossessione di Eva praticamente da sempre, ossia da quando ha ricordi dell'età pseudo adulta. La bilancia diventa a seconda dei momenti la sua migliore amica o peggior nemica. E' odio e amore. Eva si pesa in continuazione da anni, appena torna a casa, quasi nemmeno saluta i suoi per fiondarsi a far pipì e a pesarsi, non dopo aver fatto volare i vestiti però. 
Negli ultimi mesi quest'ossessione è degenerata ed Eva nemmeno se ne è accorta, anche se lei è convinta di farsi del bene.
Voleva calare cinque chilogrammi, ma una volta arrivata alla meta, non le era bastato, voleva vedere come sarebbe stata con altri tre chilogrammi di meno, poi visto che c'era ne ha tolti altri cinque e poi altri due e poi ha perso il conto fino ad arrivare a perdere quasi diciassette chilogrammi in tre mesi.
Anche se ha raggiunto gli obiettivi che si era fissata, mentre si guarda allo specchio, non si sente soddisfatta. Passare da una taglia 48 a una taglia 38 in così poco tempo le ha fatto girare la testa, il sogno di una vita si è finalmente realizzato, ma non è abbastanza, vuole osare ancora. Un altro chiletto ancora, si ripete fra sé, ingorda di aver fame, mai contenta.
Mentre è in piena contemplazione di sé stessa, entra in bagno la madre di Eva, che dallo stupore fa rovinare a terra la carta igienica appena comprata.
Gli occhi della madre però non sono di approvazione, ma svelano un dolore profondo. Si velano di lacrime, mentre si chiede come ha potuto non accorgersi di nulla, come ha potuto non vedere il corpo della figlia che si svuotava giorno dopo giorno.
Eva però non capisce il disappunto della madre, ma il sesto senso le suggerisce rivestirsi in fretta, prima di entrare in discorsi scomodi che non vuole ascoltare. Così prima che la madre possa aprire bocca è già sgattaiolata in camera, si è vestita con un abito che le sta da cani, perché di cinque taglie più grande ed esce dicendole a voce alta di non aspettarla per cena, perché tanto mangerà fuori.
Mentre dice queste parole chiude il portone di casa alle sue spalle, sapendo di aver mentito perché manca ancora un chiletto, solo uno, domani potrà mangiare... forse.


©Arianna Berna
 



lunedì 3 novembre 2014

[racconti brevi] - Cose dell'altro mondo! (di Monica Coppola)



Le sette e quindici, annunciate da una mitragliata molesta di bip digitali.
Le dita di Chiara riemergono pigre dalla trapunta, risalgono il cuscino e atterrano decise sul pulsante infernale, nel tentativo di far tacere la sveglia.
Almeno fino alle sette e venticinque, quando le toccherà sciacquare via i sogni, bere al volo un caffè, indossare una maschera di cortesia e correre spedita al centro commerciale, in quel covo selvaggio di lamentele, che tutti si ostinano a chiamare “Box informazioni”.
Infila la divisa anonima e noiosa, camicia beige in polipropilene e longuette blu che le stringe troppo i fianchi, raccoglie i capelli attorno ad un fermaglio “made in china”, agguanta la borsa e pigia decisa il pulsante dell’ascensore.
Il piccolo ovale di plastica però non dà segni di vita. Aggrotta le sopracciglia, arriccia il naso, fa una linguaccia ma niente… l’ascensore non arriva.
Sette e quaranta. Chiara osserva l’incedere incalzante delle lancette colorate sul quadrante dello Swatch, maledice quel condominio in cui non funziona mai niente, mette il broncio e si rassegna a fare sei piani a piedi.
Quinto piano. Ci abitano quegli spigolosi e spocchiosi dei Santini, che lei ha soprannominato i Bizochi. Santificano ogni festa comandata, sono in prima fila alle processioni patronali, e di sicuro non mangiano le bistecche il venerdì ma, non appena lei accende la Wii, ecco che si precipitano a suonarle il campanello e in modo ben poco religioso, la invitano ad interrompere il suo unico momento fitness della giornata. È solo colpa loro se poi la gonna le stringe sui fianchi. Chiara non li sopporta, anche perché, a dimostrazione della loro assoluta tolleranza verso il prossimo, sotto lo spioncino hanno attaccato un adesivo rettangolare fosforescente con la scritta:“Per i testimoni di Geova: non bussate siamo cattolici”.
Ed è stato subito chiaro che si trattasse di un messaggio rivolto alla povera Signora Rosetta che dal quarto piano ogni domenica mattina saliva in su e in giù, gradino dopo gradino, per consegnare ad ogni inquilino un vassoio di strufoli al forno e un opuscoletto sulla fine del mondo, infischiandosene degli adesivi intimidatori.
Sembrava un’inossidabile predicatrice e invece la scorsa settimana si è accasciata alla fermata Metro del Lingotto mentre distribuiva tirature illimitate di giornaletti con la scritta “Svegliatevi!” a sonnolenti e sbadiglianti pendolari.
E ora Chiara osserva la sua dieffenbachia tutta spelacchiata e con le foglie all’ingiù, e pensa che la poveretta avrebbe bisogno di sangue come la sua pianta di acqua, ma la questione è molto delicata e se non si sbroglia in fretta c’è il rischio che appassiscano entrambe…
Due file di gradini ed eccola sbucare al terzo piano: quello della superfamiglia Poffi.
Madre, padre e quattro figli, in età scolare assortita e un beagle che sonnecchia perennemente sul loro zerbino. Ogni volta che li incontra Chiara pensa che sono la famiglia perfetta.
Intanto perché Supermamma e Superpapà si tengono perennemente per mano, si chiamano sempre “amò” e hanno salvato sui reciproci Smartphone lo stesso tenero nomignolo. E poi, dettaglio non trascurabile, possiedono la collezione aggiornatissima di tutti i dvd della Wii che le prestano sempre con gentilezza, anche perché costano un botto e lei, con la miseria che prende come addetta box informazioni, col cavolo che se li potrebbe permettere.
Da qualche giorno incontra spesso la Supermamma in ascensore, sorridente e rilassata, forse perché marito e prole sono al campo avventura delle Giovani Marmotte e lei tira un po’ il fiato povera donna…
Mentre dal terzo piano scende al secondo, imprecando per le decolleté con la punta stretta che l’ignobile Direttore ha imposto tassativamente nel dress code, si accorge del perché l’ascensore non ha risposto al suo richiamo. La cabina sembra bloccata.
«Tutto bene? C’è qualcuno?» chiede bussando alla porta che si intravede per metà, senza ottenere nessuna risposta.
Chiara prosegue la discesa attraversando a razzo il secondo piano per non finire tra le grinfie dell’ex colonnello Giulio Tolmini, un gagliardo ottantenne che, tutte le volte che la incrocia, la aggiorna con dovizia di particolari sui suoi ultimi check up clinici, maledice i ticket sanitari, che ormai hanno costi iperbolici, e conclude sempre invitandola a mangiare i tortellini in brodo col dado del giorno prima, perché oltre ad essere ipocondriaco è pure tirchio.
Sette e cinquanta. Saltando i gradini quasi in coppia Chiara atterra al primo piano e quasi inciampa sullo zerbino lustro lustro della Signora Precisetti il cui uscio socchiuso diffonde già un profumo di ragù e il frastuono dell’aspirapolvere passata a manetta. Come sempre non si accorge di niente, perché è troppo indaffarata tra acari e soffritti.
Finalmente Chiara arriva al pian terreno dove la coppia di custodi storici, Renzo e Maria, si aggira con aria concitata attorno all’ascensore.
La Signora Maria trotterella avanti e indietro, farfuglia frasi a metà e, ogni tre passi, strattona il povero Renzo che a sua volta cerca di comunicare sia con l’inquilino X chiuso nella cabina dell’ascensore, sia con il clone furioso di Superpapà, alias signor Poffi, di solito mansueto come il loro beagle ma che oggi continua a sbattere i pugni contro l’ascensore, paonazzo e collerico.
«Che succede?» domanda Chiara all’inquieta Signora Maria. Lei sospira, si trincera nell’usuale riservatezza da portinaia e poi alza gli occhi al cielo, ripetutamente, senza proferire una parola.
Chiara vorrebbe saperne di più ma sono già le sette e cinquanta e deve correre all’ipermercato. Se ritarda anche solo di un minuto quel viscido del Direttore le scala un quarto d’ora.
Si lascia le disavventure del condominio alle spalle, accelera il passo, rimaledice le scarpe che ora le hanno fatto spuntare una vescica sull’alluce, raggiunge trafelata il centro commerciale e striscia il badge alle otto in punto.
«Fai con calma Chiara, oggi si fa festa.» l’accoglie la collega tutta pimpante.
«Che succede?» domanda per la seconda volta nella mattina.
«Succede che hanno silurato quello stronzo del Direttore» puntualizza l’altra con allegra soddisfazione, impilando i dépliant con le offerte del giorno.
«Davvero? E come mai?»
«Pensa che l’hanno beccato mentre trafugava dvd della Wii! Che figura!» continua ridacchiando e ritirando una scheda completa di bollini.
«I dvd della Wii? Ma… che se ne faceva?»
«Eh… li regalava alla sua amante. Una tipa con un sacco di figli che abita dalle tue parti…», si intromette una collega più anziana consegnando al cliente della scheda un tris di padelle antiaderenti, «Sembra se la spassassero in ascensore… cose dell’altro mondo!»

(©Monica Coppola)





venerdì 3 ottobre 2014

[racconti brevi] - Ritorno a Bari, di Silvia Devitofrancesco



RITORNO A BARI

Certe storie d’amore sono destinate a durare per sempre. Mai come oggi posso considerare questa massima vera. Esco dalla stazione di “Bari centrale” stringendo forte il manico del mio trolley e attraverso, in direzione della fontana, confondendomi tra miriadi di visi. Uomini, donne, bambini e universitari, tutti guardano l’orologio e alzano il passo. Qualcuno più attendo (o più calmo!) mi riconosce. Mi ferma. Mi ringrazia per aver scritto un libro che parla di vita vera, ambientato proprio a Bari e non in una grande città americana. Un libro semplice che riporta la voce di gente semplice. Quella gente che ogni mattina si reca a lavoro, che non si preoccupa di essere sempre impeccabile e alla moda, che non usa tante parole. Sì proprio quella gente è la protagonista del mio libro. Ringrazio con un enorme sorriso e con tante parole di autentica soddisfazione e proseguo.
Ho lasciato la mia città a malincuore, ma la vita, talora, è così imprevedibile. Vivo lontano e ogni giorno la rimpiango. Rimpiango il sole, il mare, il cibo e il folkore. 
Percorro via Sparano, attraverso piazza Umberto costeggiando il palazzo dell’Ateneo e poi proseguo verso corso Cavour. Lo stesso giro che compivo da ragazzina. Una tradizione che si rinnova a ogni passo.
«Perché sei tornata?» vi chiederete. Ecco, sono tornata perché... A dir la verità non c’è un perché. Anzi forse sì, per nostalgia. Avevo bisogno di camminare su queste strade, di sentire questo caldo umido e di specchiarmi nella mia infanzia.
Proseguo a passo sostenuto verso il lungomare. Lascio che il vento di scirocco mi scompigli i capelli e che i ricordi riaffiorino. Manco da Bari da un anno circa eppure non è cambiato nulla. Solo il vecchio “Boscolo hotel” è diventato “Nuovo hotel delle nazioni”, ma per il resto la sua essenza è la stessa. Mi fermo sullo spiazzo della “rotonda” che si snoda proprio dinanzi all’hotel. Mi siedo su una panchina e osservo il mare. Una distesa infinita di acqua che si confonde col cielo. A Bari tradizione vuole che la stagione balneare inizi a maggio e termini a ottobre e, difatti, scorgo alcuni ragazzi intenti a sguazzare liberi. Li invidio. Invidio la loro spensieratezza e la loro voglia di buttarsi, di infischiarsene, di essere se stessi.
Stringo forte, attraverso il tessuto della borsa, una copia del mio ultimo libro. Un dono per una persona speciale. Devo solo trovare il coraggio. Maledetto coraggio dove sei?
Una folata di vento procura un rapido moto ondoso. Ora posso sentire il mare infrangersi contro gli scogli. Ricordi.
Estate 2009
Lo conobbi tra i corridoi del prestigioso liceo “Flacco”. Lui bello e gentile era uno dei pezzi più ambiti e di certo io non avrei mai potuto immaginare che egli guardasse proprio me. Non volevo ammetterlo eppure era così. Quando hai appena diciassette anni non conosci vergogna. Non temi il rifiuto, perché sai che hai dalla tua parte l’incoscienza. Se ciò dovesse accadere, ti farai una grande risata con la tua compagna di banco. Mi convinsi a rivolgergli attenzioni e ad uscirci. Tutto accadde qui, proprio su una panchina come questa posizionata in questo spicchio d’asfalto, sotto un sole cocente. Poi la vita ci separò. Io cercavo l’irraggiungibile ed egli era stanco di farmi capire che bisogna sapersi accontentare. Fu questa la causa ufficiale del nostro allontanamento. Quella non ufficiale fu che ormai ci conoscevano troppo ed erano troppo diversi, troppo giovani, insomma troppo tutto.
Egli è il protagonista del mio ultimo romanzo.
Guardo il mare e in fondo il palazzo della provincia. Afferro il cellulare e apro facebook. “Troverai il libro laddove tutto iniziò e laddove tutto finì.”
Rapida, senza aspettare risposta, riafferro il mio trolley e mi dirigo spedita in direzione del castello svevo.
Mi è particolarmente difficile non perdere l’equilibrio sulle chianche, ma riesco ad arrivare sana e salva dinanzi al muretto del fossato, quel muretto dove innamorati e gruppi di persone si siedono nelle sere d’estate. Quel muretto sul quale ci sedemmo per darci il nostro primo bacio. Quel muretto sul quale ci sedemmo per dirci addio.
Sfilo la copia del libro e la poggio, come se qualcuno l’avesse dimenticato. Attraverso rapida e mi nascondo in una gelateria dalla quale posso vedere senza essere vista.
Non arriva nessuno. Il libro rimane lì a sfogliarsi spinto dal vento di scirocco. Ci sono amori che non sono destinati a essere eterni. Bisogna farsene una ragione e andare avanti per crescere, per sperimentare, per creare.
Mi alzo dal tavolino, lascio il libro su quel muretto in attesa che qualcuno se lo prenda e mi incammino tra i vicoli della città vecchia. Una tappa al panificio Fiore, un chilo di orecchiette acquistate da un’arzilla signora ferma sull’uscio di casa che mi guarda con aria simpatica e alla quale vorrei confidare le mie pene. Un nuovo giro in centro, tra palazzo Mincuzzi e via Putignani. In sottofondo la canzone del mare. Sempre nelle mie orecchie. Ritmo naturale ed eterno.
La sera fa capolino. Mi dirigo verso casa. Quella casetta piccola piccola su via Manzoni, ormai deserta. Quella casa che mi ha vista divenire una donna e scrivere le mie prime parole.  Mi aspetta mamma con la telia di pasta al forno e tanta voglia di abbracciarmi, per dirmi: « Figlia mia e mangia di più, che sei bella lo stesso anche con qualche chilo in più!»
Ecco perché amo la Puglia. Non c’è alcuna regione o posto del mondo in cui mi senta davvero a casa. La Puglia è luci, suoni e colori. E’ semplicità e lietezza. È avere i problemi e non sentirli, sorridere, perché c’è sempre una via d’uscita. Ecco perché non voglio lasciare la Puglia, perché qui riesco a sentirmi davvero me. Autenticamente me.
©Silvia Devitofrancesco

venerdì 1 agosto 2014

[racconti brevi] - 21 giugno: Notte prima degli esami e Amarcord… (di Monica Coppola)


21 giugno: Notte prima degli esami e Amarcord

È la notte del solstizio d’estate e mentre dall’altra parte dell’emisfero la nostra nazionale si flagella per quel goal di Ruiz al quarantaquattresimo, io mi barcameno tra i dubbi last minute di una promessa sposa e quelli di una studentessa a poche ore dall’esame orale.

Per essere più precisa cerco di confortare la fatina M. sottovoce e in bilico nell’unico microangolo libero del letto, alla luce di una candela profumata alla viola, tanto per dare una nota romantica alle mie notti visto che il mio coinquilino rantola rumorosamente sul lato destro del talamo nuziale e la piccola C. ha invaso la restante piazza e mezza e riposa beata, distesa a stella marina.

«Vedrai che il vestito sarà perfetto…»

«Non mi allarga i fianchi vero?»

«Ma se hai un vitino di vespa!»

«Dovevo prenderne uno stile impero così potevo divorarmi l’intero buffet degli antipasti…»

«Qualcosa mi dice che non avrai molto appetito…»

«A proposito di appetito… Secondo te avrò fatto bene a mettere il flan di asparagi con la fonduta di toma d’alpeggio? E se non stanno bene insieme?»

«Stai tranquilla. Non credo che qualche invitato si faccia domande sulla liason tra l’asparago e la toma. Quelli mangiano e basta…»

«Sì, sì hai ragione. E il risotto al prosecco mantecato al Castelmagno? Sarà mica indigesto?»

«Si papperanno pure quello vedrai.»

«Tu dici? Beh speriamo… e speriamo anche che non piova…» sospiro dall’altra parte della cornetta «E se invece piove?»

«Ci sarà il sole però tu ora riposa. Che mancano meno di 24 ore al grande giorno!»

«No, no non ricordarmelo. Se no vado nel panico!»

«Mà non riesco a dormire…» F. a piedi nudi e pigiama a righe “stile condannato” e immancabile smartphone trasformato in torcia luminosa per l’occasione, mi appare davanti insieme a tutto lo staff dei timori, dubbi e inquietudini esistenziali della notte prima degli esami unite alle paturnie evergreen di una quattordicenne.

Congedo la sposa rassicurandola sulle condizioni meteorologiche avverse previste per il weekend e passo ad occuparmi di F.

«È normale. È la tua notte prima degli esami. Capita a tutti» e le accarezzo i capelli scompigliati.

«Anche a te?»

Io annuisco «Quando facevo gli esami sì. Sempre»

«Non mi ricordo niente…»

«Ti ricordi tutto. Ti ho sentita solo poche ore fa…»

«Sì ma ora non mi ricordo niente…» poi guarda con aria speranzosa il minuscolo spazio libero a bordo del letto «Posso dormire qui?»

L’ennesimo rantolo del coinquilino spezza il silenzio e affloscia anche la fiammella della mia candela profumata.

«Ehm… forse è meglio se vengo io di là da te…»

Ci spostiamo di camera, chiudiamo le porte e finalmente assaporiamo i primi minuti di silenzio di questa strana notte. Ma non ne passano molti che…

«Mà…» mi chiama ancora. Io mi aspetto l’ennesimo quesito pre esame e invece come un’interrogazione non programmata, mi arriva a sorpresa una domanda tutta nuova «Com’eri tu alla mia età?»

“Eh insomma” vorrei risponderle…

Ho dei flashback delle fasce di pizzo che mi mettevo in testa come fan della signorina Ciccone, dei lucidalabbra pastosi alla fragola che immancabilmente si scioglievano nelle tasche degli shorts che tagliavamo con la forbice sopra le ginocchia.

Ripenso alle montagne di “Cioè”, “Ragazza In” e “Dolly” arraffati dalle edicole e divorati nei sottoscala con le amiche per capire che caspita significava “petting” e carpire ogni segreto del bacio alla francese.

Erano altri tempi, lontani da internet e da facebook. I ragazzi, quando ti andava bene, li conoscevi giocando a pallamuro e li baciavi giocando a nascondino.

Fiorello aveva ancora il codino e Jovanotti era posseduto da uno pseudo avatar che portava il cappello da basket al contrario e voleva a tutti i costi diventare presidente.

Steve Jobs aveva inventato il primo Mac ma io non me n’ero nemmeno accorta: quando parlavi di computer pensavano tutti al Commodore 64 annesso di Pacman e fantasmini bicolore.

A volte ci si rannicchiava sul divano con gli amici a vedere qualche film del terrore preso a noleggio tanto per tirare fuori un po’ del nostro coraggio di neo adolescenti di fine anni Ottanta.

Anche se io sinceramente mi nascondevo gli occhi con le mani e tremavo di paura.

Proprio come la notte prima degli esami.

Perché quella paura lì, in fondo resta sempre la stessa, quella che ora ha F.

Anche se in mezzo è passato un trentennio…

«Più o meno come te ma senza facebook e smartphone…» le rispondo alla fine della mia lunga riflessione.

«No dài, ma che sfiga…» ribatte subito convinta. Anche perché le sembra impossibile pensare che è esistito un tempo in cui se sentivi una canzone che ti piaceva un sacco, non avevi alternativa che aspettare che il pezzo passasse alla radio per poi pigiare in concomitanza il tasto “rec” del tuo stereo, sperando che la cassetta mangianastri avesse ancora spazio e che quel deficiente dello speaker non ci parlasse sopra.

Altro che l’app Shazam…

«Beh allora era normale così…»

«Molto meglio essere una ragazza del duemila.» Aggiunge fiera lottando con uno sbadiglio. «Secondo me quando eri giovane tu era una noiossima palla…» e riflettendo sul contesto sociale sfigato e offline della mia adolescenza, si gira pacifica su un fianco e scivola lentamente tra le braccia di Morfeo…