venerdì 1 agosto 2014

[ritratti] - Rachel Corrie (di Loriana Lucciarini)



Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca.
Non penso più che sia una cosa da estremisti.
immagine tratta da internet
Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca.
Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi.
Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, "questo è il vasto mondo e sto arrivando!" Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.
 [Rachel Corrie]


PAGANDO IN PRIMA PERSONA

  
 
Rafah - striscia di Gaza, 18 gennaio 2003

Caro diario,
finalmente sono a Rafah ed è un’emozione grandissima. L’ho spuntata, riuscendo a convincere i miei genitori a mandarmi in un questo posto così lontano da Olimpia, dagli Stati Uniti. Alla fine si sono convinti a dirmi di sì, ed ora sono qui come membro dell’ISM (International Solidarity Movement). Ho molto da scoprire di questa terra, le cose non stanno esattamente come ce le descrivono sui giornali o nei tg. Non sto più nella pelle, vorrei iniziare subito a girare per i villaggi vicini, a conoscere persone, a relazionarmi con gli altri volontari che sono qui da più tempo di me; sono qui per lavorare per la pace e la giustizia, vorrei già essere operativa!
Rachel



Rafah, 7 febbraio 2003*

Ciao amici e famiglia e tutti gli altri,
sono in Palestina da due settimane e un'ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. […] Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l'esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l'esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l'acqua mentre l'esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere l'oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito.
Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di circa 140.000 persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte profughi. Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto la parola dall'altro lato del confine. "Vai! Vai!" mi hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto "come ti chiami?". C'è qualcosa di preoccupante in questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si avventurano sul percorso dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo. Bambini di tutte le nazioni che stanno in piedi davanti ai carri armati con degli striscioni. Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte salutano con la mano, molti di loro costretti a stare qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle case mentre noi ci allontaniamo.
Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma sento dire che un'escalation nella guerra contro l'Iraq è inevitabile. Qui sono molto preoccupati della "rioccupazione di Gaza". Gaza viene rioccupata ogni giorno in vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati entrino in tutte le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle comunità. Se la gente non sta già pensando alle conseguenze di questa guerra per i popoli dell'intera regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi.
Un saluto a tutti. […]
Rachel




Rafah, 27 febbraio 2003*

Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte, l'adrenalina funge da anestetico per settimane di seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la cosa mi colpisce di nuovo: un po' della realtà della situazione.  […] Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l'Europa venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si è chiuso. E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po' violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo farei anch'io.
Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando l'esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè, mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata sempre con tanta dolcezza da persone che vanno incontro alla catastrofe. […]
Ma sono preoccupata per il lavoro che svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme a tante altre cose, costituisce un'eliminazione, a volte graduale, spesso mascherata, ma comunque massiccia, e una distruzione, delle possibilità di sopravvivenza di un particolare gruppo di persone. Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene. Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. […]  Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà della natura umana.
Rachel

 
Rafah, 2 marzo 2003

Caro diario,
sono stati giorni pieni e concitati e non ho avuto modo di mettermi a scrivere le impressioni di tutto ciò che ho vissuto, perché ne sono stata praticamente investita. Infatti, appena dopo il mio arrivo qui a Rafah, ho frequentato per due giorno il corso di addestramento in filosofia e tecniche di resistenza non-violenta, poi mi sono finalmente unita agli altri attivisti dell’Ism, per partecipare ad alcune azioni organizzate. Il mio lavoro qui però non si ferma solo a questo: come osservatore dei diritti umani sto studiando le azioni dei militari israeliani in questa area: ho documentato infatti lo smantellamento della strada che porta alla città di Gaza, la sparatoria contro gli operai dell’acquedotto municipale di Rafah, che stavano tentando di ricostruire i pozzi distrutti a gennaio dai bulldozer israeliani e la distruzione totale di 25 serre. Il mondo deve sapere davvero, perché l’informazione di ciò che accade in queste terre purtroppo al mondo intero non arriva.
Quanta pena ho nell’animo!
Rachel



Rafah, 16 marzo 2003

E’ arrivata la mia ora.
Sono qui, tra nuvole di polvere e detriti, a respirare gli ultimi aneliti di vita con lo sguardo rivolto verso il cielo. Sono scivolata da quel cumulo di terra e sono andata incontro alla morte, che è arrivata impassibile sulle ruote di quel cingolato. Non si è fermato, loro non si fermano di fronte a niente, neanche davanti a me… Non credevo di dover morir così, non in questo modo. Ma forse l’unico posto in cui avrei voluto che accadesse è proprio questa terra. Terra che ho imparato ad amare e che ha lasciato un segno nella mia anima. La porterò con me.
Rachel

 
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Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, è stata assassinata il 16 marzo 2003, schiacciata da una ruspa israeliana mentre tentava di evitare la demolizione dell'abitazione di un medico palestinese nella Striscia di Gaza. Secondo i testimoni oculari, Rachel aveva seguito la consolidata tecnica in uso ai membri dell’Ism per evitare la demolizione di abitazioni. A un certo punto forse Rachel scivolò e il bulldozer la investì. I testimoni dicono addirittura che il cingolato ingranò la retromarcia e le passò sopra di nuovo. Un testimone oculare ha aggiunto che «Il bulldozer avanzava lentamente. Quando lei è scivolata tutti noi siamo corsi verso il bulldozer perché si fermasse, ma chi guidava ha proseguito».
Secondo la versione ufficiale dell’esercito israeliano le responsabilità della morte della ragazza vennero imputate al comportamento "illegale, irresponsabile e pericoloso" dei dimostranti, quindi scagionarono completamente il conducente del mezzo. Però le fotografie scattate dai compagni di Rachel smentivano quella ricostruzione, dimostrando il contrario. Comunque nel processo che seguì, il giudice della corte di Haifa, nonostante le prove prodotte dall’Ism, sentenziò che la sua morte fu «il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé», avallando quindi la ricostruzione ufficiale israeliana.

*Questi sono stralci delle vere lettere che Rachel Corrie scrisse alla sua famiglia. La documentazione è tratta dal sito http://www.peacelink.it e le traduzioni delle stesse sono a cura di Miguel Martinez, Lucia De Rocco, Silvia Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea Spila  (Traduttori per la Pace).



@Loriana Lucciarini





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